I Controlli Interni nelle Società di Mediazione Creditizia

Fonte: la rete
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Secondo l’articolo 128-sexies TUB, primo comma,  “è mediatore creditizio il soggetto che mette in relazione, anche attraverso attività di consulenza, banche o intermediari finanziari previsti dal Titolo V con la potenziale clientela per la concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma.”

L’articolo riserva “l’esercizio professionale nei confronti del pubblico dell’attività di mediatore creditizio” ai soggetti iscritti in un apposito elenco tenuto dall’Organismo previsto dall’articolo 128-undecies“. L’Organismo cui l’articolo fa riferimento è l’Organismo Agenti e Mediatori, che tiene un elenco, in una sezione speciale del quale, sono tenuti ad iscriversi i soggetti che prestano in maniera professionale ed in via esclusiva “i servizi di consulenza indipendente avente a oggetto la concessione di finanziamenti“.

L’intera disciplina riguardante le società di mediazione creditizia impone a questa categoria di soggetti:

  • di svolgere esclusivamente l’attività di mediazione oltre attività connesse o strumentali;
  • di remunerarsi attraverso la fee pagata dal cliente;
  • di svolgere la propria attività senza essere legato ad alcuna delle parti da rapporti che ne possano compromettere l’indipendenza;
  • di strutturare la società dotandola di un sistema di controllo interno.

Inoltre, relativamente ai soggetti che operano all’interno della società e per la società, la stessa deve accertare:

  • il possesso da parte di coloro che detengono il controllo e dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo, dei requisiti di onorabilità;
  • il possesso da parte dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo, di requisiti di professionalità, compreso il superamento di un apposito esame;

senza tralasciare l’obbligo di  stipulare una polizza di assicurazione della responsabilità civile, di esercitare effettivamente l’attività e di provvedere all’aggiornamento professionale.

Sostanzialmente, in estrema sintesi, ciò che si richiede alle società di mediazione creditizia, pur nel rispetto (per alcuni aspetti) di un criterio di proporzionalità, è di dotarsi di strutture professionali ed attente alla individuazione, monitoraggio, gestione e copertura dei rischi.

Qualora il mercato, infine, riuscisse a riconoscere e premiare l’efficienza di quegli operatori che operano con indipendenza a tutela dell’interesse del cliente, questa forma distributiva potrebbe rappresentare una valida alternativa a filiali ed agenzie. 

Non che il modello non presenti delle criticità proprie, ma  potrebbe ovviare anche ad alcune criticità che, invece, caratterizzano gli altri “due modelli” distributivi e che incidono in maniera non indifferente sui rischi potenziali cui intermediari e banche devono guardare con assiduità e attenzione ai fini di un corretto presidio dei rischi.

La tartaruga digitale: micro-imprese e tecnologia

Immagine da MoneyFarm Blog
Immagine da MoneyFarm Blog

Made in .it” è un progetto nato dalla collaborazione tra Registro.it ed Il Sole 24 Ore. Il progetto ha dato evidenza, grazie allo studio condotto da una società specializzata in ricerche di mercato per conto dell’Istituto di Informatica e Telematica del CNR, del rapporto tra digitalizzazione e micro-imprese nel nostro paese. Ed è qui che nasce l’immagine della tartaruga digitale: un avvicinamento alle nuove tecnologie dall’andamento pacato ed impassibile.

Passiamo ai dati dell’analisi citata.

Gli esiti, per certi versi, non sono molto confortanti dal punto di vista dello “stato dell’arte”. Specie se si fa riferimento all’utilizzo del web quale strumento di sviluppo del business attraverso la pubblicazione di un proprio sito internet, per esempio, o l’utilizzo di un profilo social a fini di diffusione del brand e fidelizzazione. L’utilizzo più comune risulterebbe legato alla necessità di gestione della posta elettronica con il ricorso ad un dominio personalizzato.

Ma a ben vedere, guardando l’altra faccia della medaglia ci possiamo rendere conto di come ci sia tanto lavoro da fare.

E da poter e dover fare, perché lo sviluppo del Paese, passa da qui.

Il campione è stato costruito con 1.200 aziende tra quelle che rappresentano circa il 95% del tessuto produttivo italiano: aziende piccole, con un numero di dipendenti inferiore alle 10 unità.

L’indagine, nel considerare il rapporto tra le nostre micro-imprese e la digitalizzazione, ha focalizzato l’attenzione su alcuni elementi che hanno rappresentato i parametri attorno ai quali definire un benchmark per l’analisi:

  • connessione internet e possesso di un dominio registrato;
  • profilo social;
  • attività di marketing e comunicazione;
  • previsioni di investire in attività sul web e digitali nel corso del 2017;
  • cultura digitale (conoscenza di concetti quali IoT ed Industria 4.0).

Andiamo con ordine. Tutte le aziende intervistate hanno rivelato di essere connesse ad internet, infatti il 95% ha una connessione mentre il restante 5% ha più di una connessione. Di queste, però, non tutte hanno registrato un proprio dominio web: questa percentuale corrisponde ancora ad 1/3 delle aziende intervistate.  Circa il 20% del campione ha rivelato come anche in futuro potrebbe difficilmente ricorrere all’utilizzo di un dominio internet personale.

Tra le micro-imprese con una maggiore propensione al “digitale” si ritrovano quelle che hanno un profilo social attivo e che dalla lettura dell’infografica cui ci siamo rifatti risultano essere, però, in netta minoranza rispetto a quelle che non fanno ricorso ad alcun social: risulterebbero essere circa il 28% di quelle che hanno dichiarato di avere un dominio web. Quindi, se non ci stiamo sbagliando, poco meno del 27% delle aziende intervistate ricorre allo strumento del social. Tra queste, il social che va per la maggiore è senza dubbio Facebook che stacca nettamente i competitors più noti quali Pinterest, Twitter, Linkedin, Instagram.

Pochissime le micro-imprese che si adoperano in attività di marketing on line ed ancora meno quelle che utilizzano internet per sviluppare un canale distributivo digitale (e-commerce).

Tutto da sviluppare, invece, il tema relativo agli investimenti destinati all’innovazione, se si pensa che il 69% delle micro-imprese intervistate ha dichiarato di destinare una quota dei propri investimenti complessivi inferiore al 5%.

Altrettanto preoccupante è rilevare come alcuni concetti legati a questo momento di diffusione crescente della tecnologia digitale risultino essere sconosciuti. Ci riferiamo al concetto di Industria 4.0 e di IoT (Internet of Things).

Il quadro, nel complesso, sembrerebbe denotare la necessità di intervenire in maniera decisa e concreta per creare una maggiore “cultura digitale” favorendone poi la diffusione.

Il tema, infatti, non è da ridurre solo al tentativo di sottrarre molte realtà aziendali al completo oblio che vivono in termini di diffusione on line del proprio brand quanto piuttosto a quello di fornire a chi on line c’è già o ci sta arrivando, gli strumenti conoscitivi adatti a padroneggiare la tecnologia digitale ed il web a fini di business.

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Capire il Rischio e la Volatilità (articolo ripubblicato su FundsPeople)

a financial blog
a personal financial blog

Sui mercati finanziari si definisce volatilità la misura dell’incertezza circa l’andamento dei corsi azionari.Tanto maggiore è la volatilità che caratterizza il prezzo di un titolo azionario, tanto più ampia è l’oscillazione che esso stesso può registrare, in aumento o in diminuzione, in un definito orizzonte temporale. In questo senso la volatilità è intesa come una misura del rischio di un investimento, poiché l’oscillazione del prezzo di un titolo incide direttamente sul rendimento che l’investitore può conseguire attraverso la dismissione dello stesso titolo presente nel proprio portafoglio. Di conseguenza ad oscillazioni ampie del prezzo possono corrispondere profitti o perdite altrettanto importanti. Maggiore, dunque, ne risulta il rischio associato.

In virtù di quanto sopra è fondamentale per un investitore, quindi, tenere in assoluta considerazione questa misura di rischio dell’investimento che si accinge ad effettuare. Se proviamo ad osservare alcune serie storiche azionarie, in particolare le serie relative ai rendimenti che hanno registrato nel tempo, possiamo notare come ad esempio mostrino un’alternanza di periodi caratterizzati da osservazioni a varianza bassa cui ne seguono altri caratterizzati, invece, da varianza alta. Questo fenomeno noto come volatility clustering, è una delle constatazioni empiriche che sono alla base delle teorie che considerano i mercati finanziari come inefficienti, caratterizzati da sostanziale asimmetria informativa. 

Presupporre quanto appena sostenuto, fa pensare alla possibile presenza di una certa “persistenza della volatilità che rappresenterebbe un fatto di notevole importanza per quanti, occupandosi di finanza, debbono affrontare problemi di asset allocation”.

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Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari

Fonte: la rete
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Con il presente provvedimento si apportano integrazioni e modifiche al provvedimento della Banca d’Italia “Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari. Correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti” adottato il 29 luglio 2009 come successivamente modificato, per dare attuazione al nuovo capo I-bis del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo Unico Bancario – TUB) e al decreto d’urgenza del Ministro dell’economia e delle finanze – Presidente del CICR del 29 settembre 2016, n. 380, con i quali è stata recepita la direttiva 2014/17/UE in materia di credito immobiliare ai consumatori.

Leggi tutto il testo del Provvedimento nella formulazione annotata resa disponibile dall’Autorità di Vigilanza

I Servizi Finanziari all’alba di una nuova direttiva

Immagine da MoneyFarm Blog
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PSD sta per Payment Service Directive, mentre il “2” indica, diciamo così, la seconda release. Infatti, pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 23 dicembre 2015, abroga la precedente Direttiva 2007/64/CE che ricordiamo come PSD.

La Direttiva mira a regolamentare (ulteriormente) i servizi di pagamento nel mercato interno, a seguito soprattutto della crescente complessità che caratterizza il settore, forse uno dei più interessati dalle innovazioni tecnologiche e digitali. Queste ultime, infatti, hanno reso possibile la comparsa sul mercato di nuovi players in grado di erogare sofisticati servizi ad una clientela sempre crescente. È il caso, solo per fare un esempio, dei cosiddetti TPP – Third Party Providers – autorizzati ad accedere ai conti di pagamento al fine di avviare i pagamenti non basati su alcun tipo di carta (PISP) ed in grado di accedere ai conti bancari (AISP) estraendone anche le informazioni relative alla movimentazione ed ai saldi.

Questi sistemi sono (e lo saranno sempre di più) alla base dello sviluppo di un mercato di applicazioni (le ben note APP) in grado di aggregare un numero consistente di informazioni di tipo qualitativo e quantitativo allo scopo di fornire alla clientela una disparata serie di servizi, come per esempio quelli legati alle abitudini di spesa e di consumo (dati aggregati dalle informazioni estratte da vari c/c), di risparmio, all’andamento della propria attività (confrontando le entrate e le uscite di cassa).

Proprio in questo contesto, l’assenza di disciplina in determinati nuovi settori di attività e la mancanza di regolamentazione in capo a determinati soggetti operanti nei medesimi settori, potrebbero tradursi in servizi poco trasparenti erogati a clientela non sempre in possesso di tutti gli strumenti necessari a valutarne la portata.

Si poneva, peraltro, la necessità di effettuare il tentativo di rendere più omogeneo proprio il mercato interno, frammentato a causa di differenze di applicazione della Direttiva nei diversi stati, a seguito del suo recepimento.

Da un punto di vista puramente economico, le nuove tecnologie e l’ingresso in specifici segmenti di mercato di nuovi operatori, innalzerà il livello di concorrenza e produrrà un efficientamento del sistema nel suo complesso. La concorrenza, comprimendo i prezzi, determinerà inevitabilmente una spinta a contrarre i costi efficientando le strutture produttive e puntando su infrastrutture tecnologiche standardizzate.

L’introduzione di nuovi modelli di business fortemente incentrati sulle nuove tecnologie e su un sempre maggiore ricorso a “tecnologia mobile” da parte degli utenti (l’effetto di sostituzione delle transazioni in contanti con quelle “elettroniche” è in crescita) spingerà anche il settore bancario ad intervenire sui propri modelli di business, creando un nutrito spazio di mercato anche per gli esperti di settore (società di consulenza, IT companies, etc.).

Senza dimenticarsi che i TPP ampliano anche il mercato attraverso l’offerta di servizi nuovi.

La PSD 2 mira a regolamentare il settore per garantire un elevato standard di sicurezza nell’erogazione del servizio e l’adeguata trasparenza nei confronti della clientela. Il tutto in un’ottica di tutela dell’interesse dell’utente finale.

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Fintech e Banche, chi premia il mercato?

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L’avanzata del Fintech apre nuovi scenari per i risparmiatori e impone un nuovo corso agli operatori tradizionali.

Un recente studio condotto a livello europeo da parte della società Excellence Consulting ha evidenziato come, all’interno di un campione di banche, i soggetti che il mercato tende a valorizzare meglio, siano quelli che hanno destinato un’alta quota dei ricavi del proprio conto economico ad investimenti mirati in tecnologia, ammodernando la propria struttura e di conseguenza adeguando l’offerta alla propria clientela.

In un contesto di mercato mutevole caratterizzato dalla crescente disintermediazione dei canali tradizionali (bancario su tutti), driver strategico che spinge le banche all’innovazione è proprio la competitività indotta dalla quota crescente di finanziamenti erogati da soggetti non solo di matrice non bancaria, ma soprattutto da piattaforme Fintech (di crowdfunding, invoice trading e peer to peer lending), il cui proliferare a dire il vero potrebbe essere anche soggetto ad elevate, quanto fisiologiche, quote di non sopravvivenza nel medio periodo.

Tuttavia, il fenomeno esiste, ha assunto una rilevanza sempre maggiore e non va sottovalutato: in una prospettiva futura di medio-lungo periodo, la crescita dei volumi potrebbe assumere proporzioni tali da insidiare seriamente le quote di mercato dei players tradizionali; nel breve, invece, l’agilità delle strutture di questi nuovi operatori e la loro innovativa offerta sembrano costituire un’alternativa valida, in termini di qualità, per quanti non hanno troppa voglia di continuare  a confrontarsi con gli inconvenienti tipici di uno sportello bancario o, più semplicemente, hanno voglia di sperimentare soluzioni alternative nella gestione delle proprie “incombenze” finanziarie.

In realtà, l’aspetto forse più rilevante della questione è che il “fenomeno fintech” sta in realtà evidenziando, con sempre maggiore fermezza, come tendenzialmente il mercato tenda a non premiare il modello di business della “banca universale”.

Le piattaforme tecnologiche hanno, infatti, tra le proprie caratteristiche peculiari non solo quella di avere un core business molto ben definito e lontano dalle logiche dei modelli “multi-prodotto” o  “multi-servizio”, ma anche quella di organizzare le proprie strutture operative esternalizzando tutto ciò che può rappresentare un’attività non core o, alternativamente, a basso valore aggiunto (per esempio le attività contabili, di back office, etc.). Non è un caso, infatti, che anche alcuni players tradizionali, hanno in questi anni affrontato la crisi, o siano cresciuti, meglio e più dei propri concorrenti proprio avendo individuato e perseguito la strategia del mono-prodotto, che li ha condotti ad acquisire un know-how ad alto tasso di specializzazione.

Un secondo studio, che mi viene in mente, è quello realizzato da Prometeia e nel quale si evidenzia come alcuni grandi e noti operatori del banking si siano mossi per ritarare la propria offerta alla clientela, facendola convergere verso servizi di internet banking, ritenuti più remunerativi in un contesto economico caratterizzato da bassi tassi di interesse, rispetto alla tradizionale attività di raccolta su conti corrente di tipo classico. Questo, infatti, se da un lato permette l’attività di raccolta a costi contenuti (rispetto a quelli che caratterizzano una rete di filiali e/o agenzie radicate sul territorio), dall’altra consente comunque di poter raggiungere, in presenza di adeguate strategie commerciali e di marketing, un elevato segmento di clientela.

Specularmente, anche gli operatori finanziari che operano nell’attività di gestione del risparmio, saranno interessati dal fenomeno della tecnologia applicata alla finanza, non solo dovendo ripensare i propri modelli di business commerciale ma anche dovendo fare i conti con il fintech e quei players che fanno largo uso dei più recenti strumenti informatici per automatizzare le scelte di investimento della propria clientela.

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