La tartaruga digitale: micro-imprese e tecnologia

Immagine da MoneyFarm Blog
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Made in .it” è un progetto nato dalla collaborazione tra Registro.it ed Il Sole 24 Ore. Il progetto ha dato evidenza, grazie allo studio condotto da una società specializzata in ricerche di mercato per conto dell’Istituto di Informatica e Telematica del CNR, del rapporto tra digitalizzazione e micro-imprese nel nostro paese. Ed è qui che nasce l’immagine della tartaruga digitale: un avvicinamento alle nuove tecnologie dall’andamento pacato ed impassibile.

Passiamo ai dati dell’analisi citata.

Gli esiti, per certi versi, non sono molto confortanti dal punto di vista dello “stato dell’arte”. Specie se si fa riferimento all’utilizzo del web quale strumento di sviluppo del business attraverso la pubblicazione di un proprio sito internet, per esempio, o l’utilizzo di un profilo social a fini di diffusione del brand e fidelizzazione. L’utilizzo più comune risulterebbe legato alla necessità di gestione della posta elettronica con il ricorso ad un dominio personalizzato.

Ma a ben vedere, guardando l’altra faccia della medaglia ci possiamo rendere conto di come ci sia tanto lavoro da fare.

E da poter e dover fare, perché lo sviluppo del Paese, passa da qui.

Il campione è stato costruito con 1.200 aziende tra quelle che rappresentano circa il 95% del tessuto produttivo italiano: aziende piccole, con un numero di dipendenti inferiore alle 10 unità.

L’indagine, nel considerare il rapporto tra le nostre micro-imprese e la digitalizzazione, ha focalizzato l’attenzione su alcuni elementi che hanno rappresentato i parametri attorno ai quali definire un benchmark per l’analisi:

  • connessione internet e possesso di un dominio registrato;
  • profilo social;
  • attività di marketing e comunicazione;
  • previsioni di investire in attività sul web e digitali nel corso del 2017;
  • cultura digitale (conoscenza di concetti quali IoT ed Industria 4.0).

Andiamo con ordine. Tutte le aziende intervistate hanno rivelato di essere connesse ad internet, infatti il 95% ha una connessione mentre il restante 5% ha più di una connessione. Di queste, però, non tutte hanno registrato un proprio dominio web: questa percentuale corrisponde ancora ad 1/3 delle aziende intervistate.  Circa il 20% del campione ha rivelato come anche in futuro potrebbe difficilmente ricorrere all’utilizzo di un dominio internet personale.

Tra le micro-imprese con una maggiore propensione al “digitale” si ritrovano quelle che hanno un profilo social attivo e che dalla lettura dell’infografica cui ci siamo rifatti risultano essere, però, in netta minoranza rispetto a quelle che non fanno ricorso ad alcun social: risulterebbero essere circa il 28% di quelle che hanno dichiarato di avere un dominio web. Quindi, se non ci stiamo sbagliando, poco meno del 27% delle aziende intervistate ricorre allo strumento del social. Tra queste, il social che va per la maggiore è senza dubbio Facebook che stacca nettamente i competitors più noti quali Pinterest, Twitter, Linkedin, Instagram.

Pochissime le micro-imprese che si adoperano in attività di marketing on line ed ancora meno quelle che utilizzano internet per sviluppare un canale distributivo digitale (e-commerce).

Tutto da sviluppare, invece, il tema relativo agli investimenti destinati all’innovazione, se si pensa che il 69% delle micro-imprese intervistate ha dichiarato di destinare una quota dei propri investimenti complessivi inferiore al 5%.

Altrettanto preoccupante è rilevare come alcuni concetti legati a questo momento di diffusione crescente della tecnologia digitale risultino essere sconosciuti. Ci riferiamo al concetto di Industria 4.0 e di IoT (Internet of Things).

Il quadro, nel complesso, sembrerebbe denotare la necessità di intervenire in maniera decisa e concreta per creare una maggiore “cultura digitale” favorendone poi la diffusione.

Il tema, infatti, non è da ridurre solo al tentativo di sottrarre molte realtà aziendali al completo oblio che vivono in termini di diffusione on line del proprio brand quanto piuttosto a quello di fornire a chi on line c’è già o ci sta arrivando, gli strumenti conoscitivi adatti a padroneggiare la tecnologia digitale ed il web a fini di business.

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I Servizi Finanziari all’alba di una nuova direttiva

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PSD sta per Payment Service Directive, mentre il “2” indica, diciamo così, la seconda release. Infatti, pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 23 dicembre 2015, abroga la precedente Direttiva 2007/64/CE che ricordiamo come PSD.

La Direttiva mira a regolamentare (ulteriormente) i servizi di pagamento nel mercato interno, a seguito soprattutto della crescente complessità che caratterizza il settore, forse uno dei più interessati dalle innovazioni tecnologiche e digitali. Queste ultime, infatti, hanno reso possibile la comparsa sul mercato di nuovi players in grado di erogare sofisticati servizi ad una clientela sempre crescente. È il caso, solo per fare un esempio, dei cosiddetti TPP – Third Party Providers – autorizzati ad accedere ai conti di pagamento al fine di avviare i pagamenti non basati su alcun tipo di carta (PISP) ed in grado di accedere ai conti bancari (AISP) estraendone anche le informazioni relative alla movimentazione ed ai saldi.

Questi sistemi sono (e lo saranno sempre di più) alla base dello sviluppo di un mercato di applicazioni (le ben note APP) in grado di aggregare un numero consistente di informazioni di tipo qualitativo e quantitativo allo scopo di fornire alla clientela una disparata serie di servizi, come per esempio quelli legati alle abitudini di spesa e di consumo (dati aggregati dalle informazioni estratte da vari c/c), di risparmio, all’andamento della propria attività (confrontando le entrate e le uscite di cassa).

Proprio in questo contesto, l’assenza di disciplina in determinati nuovi settori di attività e la mancanza di regolamentazione in capo a determinati soggetti operanti nei medesimi settori, potrebbero tradursi in servizi poco trasparenti erogati a clientela non sempre in possesso di tutti gli strumenti necessari a valutarne la portata.

Si poneva, peraltro, la necessità di effettuare il tentativo di rendere più omogeneo proprio il mercato interno, frammentato a causa di differenze di applicazione della Direttiva nei diversi stati, a seguito del suo recepimento.

Da un punto di vista puramente economico, le nuove tecnologie e l’ingresso in specifici segmenti di mercato di nuovi operatori, innalzerà il livello di concorrenza e produrrà un efficientamento del sistema nel suo complesso. La concorrenza, comprimendo i prezzi, determinerà inevitabilmente una spinta a contrarre i costi efficientando le strutture produttive e puntando su infrastrutture tecnologiche standardizzate.

L’introduzione di nuovi modelli di business fortemente incentrati sulle nuove tecnologie e su un sempre maggiore ricorso a “tecnologia mobile” da parte degli utenti (l’effetto di sostituzione delle transazioni in contanti con quelle “elettroniche” è in crescita) spingerà anche il settore bancario ad intervenire sui propri modelli di business, creando un nutrito spazio di mercato anche per gli esperti di settore (società di consulenza, IT companies, etc.).

Senza dimenticarsi che i TPP ampliano anche il mercato attraverso l’offerta di servizi nuovi.

La PSD 2 mira a regolamentare il settore per garantire un elevato standard di sicurezza nell’erogazione del servizio e l’adeguata trasparenza nei confronti della clientela. Il tutto in un’ottica di tutela dell’interesse dell’utente finale.

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Fintech e Banche, chi premia il mercato?

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L’avanzata del Fintech apre nuovi scenari per i risparmiatori e impone un nuovo corso agli operatori tradizionali.

Un recente studio condotto a livello europeo da parte della società Excellence Consulting ha evidenziato come, all’interno di un campione di banche, i soggetti che il mercato tende a valorizzare meglio, siano quelli che hanno destinato un’alta quota dei ricavi del proprio conto economico ad investimenti mirati in tecnologia, ammodernando la propria struttura e di conseguenza adeguando l’offerta alla propria clientela.

In un contesto di mercato mutevole caratterizzato dalla crescente disintermediazione dei canali tradizionali (bancario su tutti), driver strategico che spinge le banche all’innovazione è proprio la competitività indotta dalla quota crescente di finanziamenti erogati da soggetti non solo di matrice non bancaria, ma soprattutto da piattaforme Fintech (di crowdfunding, invoice trading e peer to peer lending), il cui proliferare a dire il vero potrebbe essere anche soggetto ad elevate, quanto fisiologiche, quote di non sopravvivenza nel medio periodo.

Tuttavia, il fenomeno esiste, ha assunto una rilevanza sempre maggiore e non va sottovalutato: in una prospettiva futura di medio-lungo periodo, la crescita dei volumi potrebbe assumere proporzioni tali da insidiare seriamente le quote di mercato dei players tradizionali; nel breve, invece, l’agilità delle strutture di questi nuovi operatori e la loro innovativa offerta sembrano costituire un’alternativa valida, in termini di qualità, per quanti non hanno troppa voglia di continuare  a confrontarsi con gli inconvenienti tipici di uno sportello bancario o, più semplicemente, hanno voglia di sperimentare soluzioni alternative nella gestione delle proprie “incombenze” finanziarie.

In realtà, l’aspetto forse più rilevante della questione è che il “fenomeno fintech” sta in realtà evidenziando, con sempre maggiore fermezza, come tendenzialmente il mercato tenda a non premiare il modello di business della “banca universale”.

Le piattaforme tecnologiche hanno, infatti, tra le proprie caratteristiche peculiari non solo quella di avere un core business molto ben definito e lontano dalle logiche dei modelli “multi-prodotto” o  “multi-servizio”, ma anche quella di organizzare le proprie strutture operative esternalizzando tutto ciò che può rappresentare un’attività non core o, alternativamente, a basso valore aggiunto (per esempio le attività contabili, di back office, etc.). Non è un caso, infatti, che anche alcuni players tradizionali, hanno in questi anni affrontato la crisi, o siano cresciuti, meglio e più dei propri concorrenti proprio avendo individuato e perseguito la strategia del mono-prodotto, che li ha condotti ad acquisire un know-how ad alto tasso di specializzazione.

Un secondo studio, che mi viene in mente, è quello realizzato da Prometeia e nel quale si evidenzia come alcuni grandi e noti operatori del banking si siano mossi per ritarare la propria offerta alla clientela, facendola convergere verso servizi di internet banking, ritenuti più remunerativi in un contesto economico caratterizzato da bassi tassi di interesse, rispetto alla tradizionale attività di raccolta su conti corrente di tipo classico. Questo, infatti, se da un lato permette l’attività di raccolta a costi contenuti (rispetto a quelli che caratterizzano una rete di filiali e/o agenzie radicate sul territorio), dall’altra consente comunque di poter raggiungere, in presenza di adeguate strategie commerciali e di marketing, un elevato segmento di clientela.

Specularmente, anche gli operatori finanziari che operano nell’attività di gestione del risparmio, saranno interessati dal fenomeno della tecnologia applicata alla finanza, non solo dovendo ripensare i propri modelli di business commerciale ma anche dovendo fare i conti con il fintech e quei players che fanno largo uso dei più recenti strumenti informatici per automatizzare le scelte di investimento della propria clientela.

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Sistemi di Pagamento, Banche e Fintech: il mercato italiano

Fonte: Moneyfarm
tratta da Moneyfarm Blog

Quanti di voi hanno recentemente varcato la soglia di una filiale bancaria? E quante volte negli ultimi anni?

Personalmente non più di due, o forse tre, da quando ho aperto (nel 2013) il mio attuale conto corrente. Per quale ragione? Per versare un assegno e per firmare un contratto.

Carte di debito e credito, ridotto utilizzo del contante (prelevato direttamente presso un bancomat), crescente numero di operazioni disponibili direttamente online, stanno riducendo il flusso annuo di operazioni allo sportello.

Inoltre, gli operatori bancari tradizionali soffrono la spinta competitiva esercitata da nuovi operatori che erogando i propri servizi essenzialmente online, possono godere di una più favorevole struttura di costo e, quindi di un pricing dei servizi offerti più favorevole al cliente. Questo produce un effetto di contrazione dei prezzi sul mercato che erode il margine di intermediazione bancario/finanziario.

Inoltre, potendo praticare per esempio, tassi di interesse più bassi rispetto ai competitors tradizionali, le startup del #Fintech esercitano una spinta anche sul margine di interesse che banche ed intermediari finanziari potevano garantirsi, in passato, in assenza di queste pressioni competitive.

Ed il riferimento non deve essere esclusivamente alle piccole e giovani startup italiane ma anche e soprattutto ai big che a livello mondiale stanno rafforzando la propria presenza o stanno entrando in questi mercati (Alibaba, PayPal).

L’offerta disponibile sul mercato tende ad essere sempre di più ricca di prodotti: servizi di pagamento, prestiti peer to peer (Lendig Club), credito al consumo (Affirm.com), servizi dedicati al risparmio (Bitcare.it è un’applicazione che ci aiuta a risparmiare quotidianamente piccole cifre, emulando uno di quei salvadanai che ciascuno di noi almeno una volta ha utilizzato nella propria vita), servizi dedicati alla gestione del risparmio (robo-advisor  e sistemi di personal financial management), solo per rimanere in tema di #Fintech.

A che punto sono le banche oggi? Dove va il mercato italiano?

Una ricerca condotta da CeTIF nel periodo ottobre 2015 – gennaio 2016, con oggetto di analisi 9 banche, ha mostrato “come le banche italiane siano piuttosto arretrate ad oggi per quanto riguarda l’offerta di modalità di pagamento innovative tramite i canali web e mobile.

L’ultimo report ABI, relativo al mercato italiano dei sistemi di pagamento, recita come segue: “A dicembre 2015 gli strumenti in circolazione erano pari a 11,5 milioni (nominativi) e 340.000 (anonimi) dei quali il 35% su borsellino elettronico. Rispetto all’anno precedente si segnala un incremento del 25% degli strumenti nominativi e una contrazione del 37% di quelli anonimi.”

Inoltre, “Per quanto riguarda il numero dei pagamenti effettuati, in Italia e all’estero, con “moneta elettronica”, nel primo trimestre del 2016” si registra un incremento di circa il 30% rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente.

Si riporta di seguito una tabella riepilogativa dell’evoluzione dei servizi di home e corporate banking dal 2009.

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Digitalizzazione e Servizi Finanziari

tratta da MoneyFarm Blog
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L’utilizzo sempre più massiccio della tecnologia digitale sta cambiando il settore dei servizi, specie nel segmento business: servizi di pagamento, servizi di digital wealth management, cloud computing, firma elettronica avanzata, archiviazione documentale, fatturazione elettronica, moneta elettronica, moneta complementare (bitcoin), sono solo alcune delle innovazioni che stanno interessando il segmento dei servizi alle imprese.

Difficile immaginare come questa lunga “onda digitale” non possa interessare nel medio termine tutte le imprese italiane e tutti i settori.

A crescere quindi, a ritmi anche molto sostenuti, non è la sola industria tecnologica al servizio della finanza, come si potrebbe facilmente pensare dal momento che il termine Fintech è divenuto di utilizzo così ricorrente e frequente che risulta difficile non averlo letto ed ascoltato, almeno una volta, dalla maggior parte di noi.

Quella, dunque, che fino a poco tempo fa poteva essere una sensazione, ora è sempre più un’evidenza incontrovertibile: il mondo dell’impresa è fortemente interessato da un processo necessario di trasformazione, tanto profondo da investirne tutte le aree, da quella amministrativa a quella della R&S, da quella commerciale a quella IT.

Ogni impresa sarà tenuta a confrontarsi, quindi, con la necessità di innovarsi al proprio interno, agendo in maniera incisiva sulle propria struttura organizzativa, a partire dalla formazione di una nuova cultura aziendale che si riveli in grado di farla comunicare con i linguaggi propri delle innovazioni digitali.

Pena dell’immobilismo, l’impossibilità di rendersi competitiva rispetto al mutato contesto di mercato: le nuove tecnologie, basti pensare al cloud computing, ottimizzano l’impiego delle risorse aziendali esercitando una spinta verso la contrazione dei costi, che inevitabilmente tenderà a spingere fuori mercato le imprese meno competitive.

Attenzione però!

In un momento in cui la transizione dell’impresa verso la riconversione tecnologica del proprio essere e del proprio modus operandi non è stata ancora (per alcune) avviata, il mercato si sta rapidamente muovendo dai sistemi di tipo elettronico (e-payments, per fare solo un esempio) fondati su un device di tipo tradizionale verso quelli fondati sull’utilizzo di dispositivi mobili quali smartphone e tablet.

È così, per esempio, che il mercato evolve da un sistema di e-payment ad uno di m-payment, con il mondo delle telecomunicazioni che sta, piano piano, divenendo il principale veicolo di diffusione dei servizi digitali, il driver strategico per l’ammodernamento del modo di fare impresa.

Non dimentichiamo, infatti, che la sempre maggiore diffusione di internet e la digitalizzazione, in una chiave di lettura puramente economica, ha favorito l’ingresso delle imprese sul mercato riducendone le barriere (all’ingresso), ha generato una spinta all’adozione di nuovi modelli di business rendendone più efficiente l’organizzazione, ha contribuito a ridurre (in un mercato sovraesposto alle informazioni di qualsiasi tipo) le asimmetrie informative tra i diversi attori economici, ha contribuito, più in generale, a stimolare gli investimenti in un periodo di contrazione degli stessi, negli ultimi anni.

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Cosa sono le obbligazioni subordinate

Fonte: MoneyFarm blog
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La profilatura dell’investitore e la relativa scelta dello strumento finanziario più adatto, dovrebbero essere  sempre le fondamenta per un buon investimento.

Negli ultimi giorni si è fatto un gran parlare di obbligazioni subordinate, tema divenuto di pubblico dominio alla luce degli avvenimenti recenti che hanno interessato alcune banche italiane.

Sempre nei giorni scorsi ci siamo occupati di bail in e salva banche, ma anche delle tipologie di rischi legati agli investimenti in titoli obbligazionari.

In quella occasione avevo indicato tra i rischi da prendere opportunamente in considerazione  quello legato all’emittente, cioè alle condizioni economico-finanziarie che caratterizzano la società che emette il titolo obbligazionario per finanziarsi sul mercato dei capitali.
Una delle prime tipologie di rischio da valutare è, dunque, quella legata alla qualità, quindi alla capacità di rimborso, di chi ha emesso il titolo. In questo caso, si parla di “rating” emittente.

Fare una valutazione di questo tipo, certamente non può facilmente essere alla portata di tutti, ma farsi assistere nella valutazione, spesso, non è poi molto più oneroso del rischio che si corre non prestando la giusta attenzione ad un parametro come questo.

E veniamo ai titoli subordinati, delineandone semplicemente alcune fondamentali caratteristiche, partendo proprio dalla definizione di “subordinati”.
Il significato da attribuire è piuttosto semplice, anche per chi è digiuno di nozioni finanziarie. Vuol dire, semplicemente, che questa tipologia di titoli (che corrispondono al debito contratto dall’emittente con i possessori del titolo) verranno rimborsati (in casi come quelli rappresentati da una procedura di liquidazione dell’emittente) solo successivamente al rimborso di quei titoli che sono, invece, definiti “senior”.

Ipotizzando, quindi, che una società abbia contratto del debito attraverso l’emissione (e vendita) di titoli, di cui un ammontare “x senior” ed un ammontare “y subordinato”, nel caso di rimborso la società medesima procederà a pagare prima i creditori in possesso di titoli senior (fino al loro totale soddisfacimento) e poi quelli detentori di titoli subordinati.

Inoltre, a determinate condizioni, i titoli subordinati, entrano a far parte del patrimonio di vigilanza delle banche, presentando la clausola di “differimento delle perdite”, previsione per la quale capitale ed interessi (cioè nominale e cedole del titolo) possono essere “destinati a coprire risultati negativi di gestione”. Può essere dunque interessante per un istituto emettere questa tipologia di titoli.

Un indicatore che può far prestare una maggiore attenzione alla tipologia di titolo che si sta acquistando è certamente il rendimento. Nel caso di titoli di questo tipo, il rendimento, è più alto rispetto a titoli non subordinati (o senior). È bene tenere sempre presente, infatti, che ogni tipo di investimento è retto da una equazione fondamentale per la quale ad un rendimento maggiore è associato un rischio più elevato.

Anche in condizioni diciamo di “normalità” alcune tipologie di obbligazioni subordinate (scadenza superiore a 10 anni, clausola di differimento degli interessi, clausola di assorbimento delle perdite) sono rimborsabili solo dopo che la banca che le ha emesse ha ottenuto l’autorizzazione dalla Banca d’Italia. Questo perché il rimborso riduce il patrimonio di vigilanza.

Il nuovo sistema “salva banche” prevede che correntisti, azionisti (per depositi superiori ad euro 100 mila) ed obbligazionisti concorrano al salvataggio dell’istituto bancario di cui detengono gli strumenti finanziari o presso il quale intrattengono un rapporto di conto corrente.

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I rischi di investire in obbligazioni

Fonte: MoneyFarm blog
Fonte: MoneyFarm blog

In un post precedente si è descritta la differenza tra Rischio e Volatilità.
Nel tentativo di fare chiarezza su temi e termini che spesso entrano nel dibattito quotidiano, non fosse altro che per una certa massmedizzazione cui alcuni eventi sono sottoposti, è utile tirare le fila su concetti che possono riguardare da vicinissimo le finanze (ed i sudati risparmi) di tanti.
A volte mi è capitato di sentire la frase “ho investito in obbligazioni perchè sono più sicure delle azioni” o “ho investito in obbligazioni così posso star tranquillo e non rischio nulla”. In realtà investire in titoli obbligazionari, come qualsivoglia attività di investimento, porta ad assumersi dei rischi.

Quindi, ho pensato di proporre qui di seguito un elenco dei principali rischi cui un investitore che acquista titoli obbligazionari può esporsi.
In questo caso particolare i rischi sono connessi a diversi fattori legati alla tipologia di titolo acquistato, al rating del soggetto che ha emesso l’obbligazione, alla valuta (es. euro, dollaro), alla durata, al deprezzamento, al tipo di mercato, all’orizzonte temporale gradito all’investitore (non sempre, infatti, è possibile effettuare un investimento con la scadenza a noi più congeniale se, ad esempio, investiamo in un’obbligazione al momento della sua emissione). Proviamo sinteticamente ad elencarli.

Rischio Emittente: definito anche come rischio di credito, è connesso al fatto che il soggetto che si sta finanziando sul mercato emettendo il titolo obbligazionario che siamo interessati ad acquistare può avere un rating più o meno “valido”. Il rating esprime, appunto, la bontà di un titolo obbligazionario in conseguenza dell’analisi condotta sui fondamentali dell’azienda: livello di indebitamento (meglio basso), redditività (meglio alta), capacità di generare liquidità (meglio alta), capitalizzazione (meglio alta), capacità di generare utili nel tempo oltre una serie di altri parametri, indicatori, di cui i precedenti sono solo una minima parte. Incidono anche fattori legati alla tipologia di mercato in cui l’azienda opera, l’andamento generale dell’economia.

Rischio Liquidità: un titolo è liquido se è possibile acquistarne e/o venderne una quantità normale con una certa rapidità e senza che l’esecuzione della transazione ne influenzi il prezzo (cosa che, invece, succede nel caso di titoli poco liquidi). Questa condizione di normale liquidità consente all’investitore che ha il titolo in portafoglio di poter smobilizzare piuttosto facilmente il proprio titolo obbligazionario.

Rischio di Inflazione: definito anche come rischio potere d’acquisto, è riferito alla possibilità che parte (o l’intero) rendimento del titolo obbligazionario sia eroso dal tasso di inflazione che caratterizza il periodo dell’investimento.

Rischio Prezzo: caratterizza solitamente i titoli obbligazionari la cui dinamica di prezzo risente dell’andamento della curva dei tassi di interesse. Se i tassi aumentano, il prezzo del titolo obbligazionario scende e viceversa. Si tratta, quindi, di una relazione inversa. Qualora l’investitore non intenda o non possa più detenere il proprio titolo in portafoglio, la sua volontà di monetizzarlo lo fa incorrere in questa tipologia di rischio che, differentemente, non lo influenza minimamente nel caso in cui deterrà il titolo fino alla scadenza.

Rischio Cambio: se l’investimento è effettuato in titoli denominati in valuta estera, l’investitore si espone al rischio di vedere erodere il rendimento conseguito ed il capitale rimborsato dalla evoluzione sfavorevole che il tasso di cambio rispetto alla propria valuta (es. Euro) ha registrato nel corso del periodo in cui il titolo è stato detenuto in portafoglio.

Inoltre, la presenza di cedole pagate periodicamente all’investitore, espone lo stesso al Rischio di Reinvestimento. In questo caso intendo riferirmi al rischio connesso alla ipotesi che le somme rivenienti dal pagamento delle cedole possano essere investite (nuovamente) con tassi più bassi.

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La funzione creditizia nell’economia

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Partiamo da una breve nota sul sistema finanziario al quale compete la creazione e trasmissione dei mezzi di pagamento e degli strumenti finanziari. Il suo aspetto funzionale consta, quindi, delle tre funzioni di politica monetaria, politica economica e creditizia.

Al suo interno assumono un ruolo di primo piano gli intermediari bancari, ai quali si deve la “trasmissione” della moneta (funzione monetaria) e la concessione del credito (funzione allocativa). Quest’ultima in particolare, può essere ritenuta, in estrema semplificazione, come il trasferimento di fondi da operatori economici (imprese, persone, organizzazioni, paesi) in posizione di surplus finanziario ad operatori economici in posizione di deficit finanziario.

Tra i diversi segmenti di mercato all’interno del sistema finanziario, quello creditizio dovrebbe rendere possibile, come in un processo osmotico, il realizzarsi di una certa “situazione di equilibrio” tra risparmio (surplus) ed investimento (deficit) grazie all’esercizio della funzione allocativa bancaria. Le banche, nella propria qualità di operatori economici professionali e specializzati, possono e devono espletare detta funzione presidiando correttamente i rischi che dalla stessa ne derivano, quali per esempio il rischio di controparte.

Contestualizzando quanto sopra rispetto al fenomeno del credit crunch (che ha caratterizzato in realtà solo gli ultimi anni della crisi), proviamo ad evidenziare come la funzione creditizia e l’economia hanno interagito tra loro.

I dati relativi allo stock di crediti deteriorati esprimono un valore atteso (a fine 2014) di circa 350 miliardi in Italia ed un trend crescente, circostanze queste che oltre a denotare poca attenzione alla valutazione e gestione del rischio di controparte (o di credito), mostrano come gli intermediari bancari non siano riusciti ad arginare il fenomeno del deterioramento del credito attraverso una gestione maggiormente efficiente delle fasi di erogazione e di rinegoziazione degli scaduti, contravvenendo nella realtà dei fatti al principio del corretto presidio dei rischi (di cui sopra) e di conseguenza al regolare e corretto svolgimento della propria funzione allocativa.
Il tutto anche a dispetto del fatto che gli istituti nostrani hanno erogato, in termini di volumi, meno credito rispetto ad altri paesi europei, accumulando di contro, un maggiore stock di crediti deteriorati.
La poco attenta attività degli intermediari bancari si sposa con una situazione che vede attualmente 15 banche sotto “la custodia delle autorità” di vigilanza a causa di diversi problemi, alle volte legati anche a crediti erogati senza prestare la dovuta attenzione.

Doveroso, però, rilevare anche come le imprese italiane abbiano nel tempo dimostrato una scarsa capacità di prevenire ed affrontare la crisi, complice una struttura finanziaria eccessivamente squilibrata nel rapporto debt/equity. Il ridursi della produttività e della capacità di generare cash-flow, anche in virtù di un atteggiamento poco propenso all’investimento (ed all’innovazione che ne può discendere) ed eccessivamente dedito al ricorso al debito, completano uno scenario che ha visto invilupparsi il rapporto banca-impresa.

È importante, dunque, procedere a rilevare come qualcosa nel mercato creditizio non abbia funzionato a dovere per poter intervenire in maniera rapida con i tempestivi e giusti correttivi, in maniera da evitare che anche la misura del Quantitative Easing possa produrre effetti non in linea con quelli attesi.

La manovra della Banca Centrale Europea, infatti, determinando una ulteriore contrazione dei rendimenti, fino a renderli prossimi allo zero e negativi, persegue l’obiettivo di spostare gli investimenti verso l’economia reale, disincentivando gli intermediari bancari dall’acquisire attività diverse da quelle rappresentate dai finanziamenti alla stessa. Ovviamente i bassi rendimenti obbligazionari dovrebbero avere l’effetto di convogliare anche gli investimenti degli altri operatori economici (diversi da quelli bancari) verso l’economia reale. Ci troviamo di fronte al cosiddetto meccanismo della financial repression.

Se il QE non dovesse al più presto trasformarsi in credito alle imprese, nessun beneficio sarà apportato all’economia reale. Il rischio concreto, in questo caso, sarebbe quello di generare una bolla sul mercato finanziario, con riferimento al segmento dei valori mobiliari.

In conclusione, è necessario che questa nuova ed ingente immissione di liquidità nel sistema finanziario sia correttamente veicolata all’economia reale e perché ciò accada bisogna agire affinché la circolazione avvenga attraverso processi creditizi maggiormente efficienti rispetto al passato e perché no attraverso un nuovo modello di banca commerciale.

 

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Mini Bond e Private Debt

Il mercato del Private debt destinato alle PMI è stato oggetto nell’ultimo periodo di una intensa attività di supporto al proprio sviluppo da parte degli organismi istituzionali (MEF e CdP quali promotori di un fondo) e non (Borsa Italiana con l’apertura del segmento ExtraMOT PRO), nonché da parte dei nostri legislatori (Decreti Sviluppo e Competitività), nel tentativo di rendere disponibili sul mercato dei capitali risorse finanziarie nuove, destinate alle imprese, che potessero dar luogo ad uno shock positivo sulle politiche di investimento adottate dalle stesse.

Si è fatto un gran parlare dei Mini Bond come dello strumento in grado di sostenere la politica di investimento delle PMI stimolando la ripresa economica. In un contesto difficile per la “finanza pubblica” è necessario convogliare sugli investimenti risorse private. Oltretutto, ciò consente di ovviare in parte al credit crunch che ha caratterizzato questi anni, ma anche, di innovare le politiche di funding aziendale generando all’interno della struttura finanziaria delle PMI un effetto di sostituzione dei mezzi impiegati, nella conduzione e nello sviluppo del business, a favore di una riduzione del peso a bilancio del debito bancario. Una vera e propria innovazione culturale per la nostra media classe imprenditoriale. Questo dal lato impresa.

Viceversa, per l’asset allocation degli investitori istituzionali, Mini Bond e crediti commerciali (attraverso per esempio le Invoice Trading Platforms), possono rappresentare una asset class dal buon profilo rischio-rendimento.

I Mini Bond, dunque, rappresentano un’ottima opportunità di matching tra domanda e offerta di capitali e dunque tra investitori ed imprese che vogliono investire soldi.

Ovviamente non sono uno strumento accessibile a tutti, perché i soggetti interessati ad accedere al mercato dei capitali, percorrendo questa strada, devono possedere determinati requisiti di solidità in termini di fondamentali e prospettare importanti e ben definiti piani di sviluppo agli investitori. Fondamentale anche che le imprese siano dotate di una governance qualificata.

Uno sguardo a questo mercato in Italia. Nel 2010, è stato creato il Fondo Italiano d’Investimento su iniziativa di un Comitato formato dai rappresentanti di MEF, Confindustria, ABI, CdP ed alcune banche sponsor (Unicredit, MPS, Intesa San Paolo), con l’obiettivo di investire nel capitale e negli strumenti di debito di imprese di piccole e medie dimensioni.

Risale al 2014 il lancio di un Fondo di fondi opportunamente destinato a “sostenere la nascita e il duraturo sviluppo del mercato italiano del private debt” attraverso l’investimento diretto o indiretto in strumenti finanziari di debito emessi da PMI che abbiano le caratteristiche di cui sopra.

Gli strumenti di debito sui quali questo Fondo specializzato interverrà risultano essere Mini Bond (quotati e non), obbligazioni ed altri titoli (anche partecipativi), altri strumenti di debito. Da non tralasciare, inoltre, la possibilità di procedere all’erogazione di finanziamenti a medio-lungo termine ed anticipazioni di corrispettivi su cessioni di crediti.

Sempre per ciò che riguarda l’Italia, assolutamente eterogenea è la platea delle aziende che hanno fatto ricorso a questo strumento.
Infatti, i settori di riferimento vanno dalle utilities ai servizi finanziari passando per il manifatturiero. Variegata anche la forma societaria (società per azioni, a responsabilità limitata e cooperative) degli emittenti e la destinazione delle risorse acquisite (crescita interna, esterna, ristrutturazione finanziaria, cassa). Per ciò che riguarda i criteri di rimborso, diverse possono essere le strategie adottate in fase di emissione (bullet, amortizing, con opzione call e/o put), così come differenti possono essere le altre caratteristiche attribuite a questi strumenti, come per esempio la presenza di un rating, la fissazione di un coupon (in alternativa non fissa ma agganciata ad alcuni parametri), la scadenza.

 

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