Invoice Trading: liquidità per l’impresa.

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Le piattaforme di Invoice Trading rappresentano per le imprese un canale di finanza alternativa al sistema creditizio tradizionale, uno strumento, in un certo senso di efficientamento del mercato, permettendone l’accesso a quelle poco o per niente “bancabili”. Queste ultime, infatti, possono ottenere liquidità per finanziare il proprio capitale circolante attraverso la cessione dei crediti prodotti nell’esercizio dell’attività d’impresa.

Le Invoice Trading platforms altro non fanno che soddisfare una delle funzioni caratteristiche del mercato finanziario, cioè quella di collegare osmoticamente soggetti in situazione di surplus (finanziario) a soggetti in situazione di deficit. Nello specifico imprese a investitori istituzionali (ma anche privati), che possono entrare in contatto tra loro direttamente, soddisfando le proprie reciproche esigenze. Prima importante caratteristica. Le piattaforme rendono possibile il trasferimento diretto di risorse tra investitori e cedenti dei crediti. Proprio come nelle piattaforme di peer to peer lending tra privati.

Il servizio offerto dalle Invoice Trading platforms si rivolge a piccole e medie imprese che, per varie ragioni (valore nominale dei crediti esiguo, crediti generati da attività in fase di startup, ecc.), non riescono a smobilizzare il proprio fatturato attraverso i circuiti classici del credito (fidi bancari e factoring).

Dal punto di vista del funzionamento, le imprese che conoscono il factoring ne noteranno la similarità. Non a caso nel mondo anglosassone, dove le Invoice Trading platforms sono molto diffuse, questa “formula” è conosciuta anche come invoice factoring. Basta registrarsi. Alcune piattaforme dichiarano di non effettuare controlli di merito creditizio su chi si iscrive e fruisce del servizio. Altre dichiarano di effettuare “some simple credit check” attraverso l’acquisizione di informazioni fornite da operatori specializzati. Neppure lo standing creditizio del debitore della fattura proposta in asta verrebbe vagliato. Ma esistono anche Invoice Trading platforms che si riservano di escludere dall’asta crediti verso aziende dal rischio particolarmente elevato, la valutazione del quale è affidata a società specializzate.

Discrezionale per ciascuna piattaforma la possibilità di far cedere crediti con DSO tra 30 e 90 giorni oppure oltre. Il credito è posto all’asta in attesa che si concretizzi l’offerta giusta per l’acquisizione in pro-soluto. L’asta si deve concludere entro un tempo stabilito (es. 1-48 ore) dalla piattaforma.

L’impresa fissa preventivamente le condizioni di vendita, generalmente tre: percentuale di anticipazione che intende ricevere alla cessione del credito (il saldo è corrisposto a scadenza fattura), percentuale di sconto sul valore nominale che intende riconoscere all’acquirente, periodo di tempo (giorni di pagamento) al quale agganciare percentuali di sconto progressivamente più alte (es. 1% di sconto a 30 giorni, 2% a 60 giorni e così via). È nella scelta dei parametri che si individua un’altra caratteristica che le Invoice Trading platforms ostentano come proprio tratto distintivo: è l’impresa che sceglie quali crediti vendere e i costi da sostenere. “The choice is yours“.

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Il cliente, di solito, subordinatamente al buon fine dell’operazione riconosce alla piattaforma una commissione, trattenuta al saldo della fattura dal valore nominale del credito, che costituisce la remunerazione per la gestione dei servizi amministrativi che ruotano attorno alla creazione del matching domanda-offerta.

A differenza di una linea di credito bancaria tradizionale (es. fido) ha, per esempio, il vantaggio di non generare costi a carico dell’impresa in caso di meccanismo d’asta non andato a buon fine e, quindi, di transazione cedente-acquirente non avvenuta. Così come non ci sono costi qualora non si usufruisca del servizio dopo essersi accreditati.

L’Invoice Trading, che ancora in Italia non sembra aver attecchito, a meno di poche eccezioni, si inserisce nel più ampio contesto del peer to peer lending. Tuttavia, a livello internazionale, le piattaforme stanno attirando l’attenzione di grandi players finanziari come Société Générale e Goldman Sachs, a testimonianza del fatto che l’eventuale crescita di questo mercato potrà far gola anche a questi soggetti, alla ricerca di redditività da nuovi business.

Il ricorso alle Invoice Trading platforms è utile anche agli investitori istituzionali non bancari che possono entrare in un mercato dai rendimenti potenzialmente buoni in presenza di un altrettanto buon grado di diversificazione del rischio. Rappresenta per loro, una potenziale opportunità di diversificare i propri assets attraverso il ricorso ad un nuovo strumento; in quanto nuovo, però, potrebbe non essere ancora stato assimilato nella sua completezza dai potenziali investitori, nel qual caso il supporto di consulenti finanziari esperti potrebbe rivelarsi prezioso.

Nate per ovviare ad alcune criticità del sistema creditizio, potrebbero divenire presto un appetito dei grandi players del medesimo, oltre che per la ragione già esposta, anche per la particolare attenzione che le Invoice Trading platforms hanno rivolto allo sviluppo tecnologico che, viceversa, vede la maggior parte degli operatori bancari ancora attardati.

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L’Asset Allocation Strategica e Tattica. Caratteristiche a confronto

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Si definisce asset allocation il processo decisionale relativo all’allocazione del capitale (da investire) in differenti classi di investimento (es. titoli di capitale, titoli di debito, ecc…), così da comporre un portafoglio diversificato, il più rispondente possibile alle esigenze dell’investitore da un punto di vista del trade-off rischio-rendimento.

Il processo consta di due importanti fasi, relative alla definizione delle caratteristiche e degli obiettivi dell’investitore e, conseguentemente, alla composizione del portafoglio vero e proprio.

A livello di composizione e gestione del portafoglio si possono distinguere due macro-categorie di asset allocation. Quella definita strategica (o passiva) e quella tattica (o attiva), la discussione intorno alle quali ha alimentato un corposo dibattito teorico.

L’obiettivo della prima è quello di replicare un indice di riferimento, assumendo come ipotesi che il mercato sia efficiente, caratterizzato quindi, da titoli o classi di titoli che in nessuna maniera risultano sopravvalutati o sottovalutati, poiché tutti gli operatori hanno a disposizione tutta l’informazione disponibile (e quindi anche assenza di asimmetrie informative). I servizi di gestione del risparmio che si ispirano a questa ‘filosofia’ hanno “lo scopo di seguire il più vicino possibile il rendimento di un particolare mercato, o un particolare segmento di esso”, poiché si ritiene non proponibile il tentativo di realizzare una extra-performance. In questa tipologia di approccio si punta tutto, per così dire, sulla diversificazione trascurando il market timing dell’investimento ma anche la tecnica dello stock picking. L’approccio allocativo fa (semplificando) ricorso, al contrario, all’adozione di un portafoglio all’interno del quale il peso dei diversi assets è esattamente il medesimo del particolare mercato o segmento di esso che si intende replicare. Attraverso il criterio media-varianza vengono individuati tutti i portafogli che massimizzano il rendimento dato un certo livello di rischio per poi procedere ad individuare il portafoglio ottimale (che massimizza l’utilità) per l’investitore dato il proprio profilo (preferenze). La bontà dell’allocazione passiva si valuta misurando lo scostamento (tracking error) del portafoglio replicato dal mercato di riferimento. L’orizzonte temporale di siffatta politica di investimento non può che essere medio-lungo. I costi associati sono tipicamente inferiori a quelli dei prodotti a gestione attiva.

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Quando l’attenzione si concentra, invece, su un tipo di asset allocation tattica, si fa implicitamente riferimento al tentativo dei “gestori” di “battere il benchmark” nel suo profilo di rischio-rendimento, contemplando quindi, implicitamente, la possibilità (si noti la differenza con quanto sopra) di realizzare una extra-performance. Il tentativo di raggiungere questo risultato si fonda su tecniche di aggiustamento del portafoglio conseguenti ad analisi di mercato e di soggetti emittenti, che si ritiene possano condurre ad ottenere risultati migliori rispetto al mercato o segmento di mercato adottato come benchmark. Il richiamo è al market timing (aggiustamento del portafoglio attraverso l’aumento/diminuzione dei pesi di determinati assets in portafoglio in previsione di rendimenti positivi/negativi degli stessi), allo stock picking (analisi e selezione sui fondamentali di bilancio degli assets ritenuti migliori) e perché no, all’utilizzo di tecniche miste di analisi tecnico-statistica.

Da quanto esposto, discende che, a differenza delle gestioni passive, quelle attive possono avere costi maggiori (il paradigma non è assoluto per varie ragioni legate anche ai costi di transazione che si assume chi ribilancia il portafoglio, strategicamente composto, affinché sia una replica sempre molto vicina all’indice di riferimento) che dovrebbero essere più che coperti dagli extra-rendimenti realizzati, per garantire all’investitore un vantaggio rispetto alle gestioni passive. L’orizzonte temporale di riferimento per l’asset allocation tattica è inevitabilmente di breve termine, poiché è proprio nel breve che si possono sfruttare le eventuali asimmetrie o inefficienze temporanee che gli operatori ed il mercato possono scontare. Un approccio strategico all’attività di allocazione delle risorse, tuttavia, è utile non solo per cercare di realizzare profitti maggiori, ma anche al fine di contenere, in talune fasi di mercato, le eventuali perdite entro limiti di accettabilità tali da essere rispondenti al profilo di rischio del cliente e sostenibili rispetto alle sue caratteristiche patrimoniale e psicologiche.

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Asset Backed Securities: cosa sono e come funzionano?

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Vediamo “meccanismo” e funzione delle operazioni di cartolarizzazione. Si definisce genericamente cartolarizzazione una “tecnica” finanziaria attraverso la quale è possibile trasformare poste illiquide in titoli negoziabili.

Procediamo per gradi. Generalmente le poste illiquide sono rappresentate da crediti, spesso legati ad erogazioni di mutui ipotecari o di prestiti al consumo. I titoli emessi sono, invece, titoli obbligazionari, con cedole.

Passando in rassegna i soggetti coinvolti in una operazione di securitisation, individuiamo:

  • Un originator, cioè il soggetto titolare dei crediti;
  • Un SPV (Special Purpose Vehicle), cioè un soggetto appositamente creato che acquisisce i crediti;
  • Una merchant bank, cui spetta solitamente il compito di collocare i titoli emessi sul mercato;
  • Una società di rating, che procede a valutare l’esigibilità (la qualità) dei crediti interessati dall’operazione di cartolarizzazione, tenendo conto anche dell’eventuali garanzie che assistono l’operazione;
  • Un arranger, cioè una società che si occupa di costruire la securitisation;
  • Un garante, cioè un soggetto che eventualmente assiste la securitisation prestando la propria garanzia;
  • Un servicer, cui spetta il compito di curare le operazioni legate all’incasso dei crediti, ai servizi di cassa e pagamento nonché agli adempimenti connessi agli obblighi normativi e di vigilanza.

L’originator, titolare dei crediti, li seleziona e li cede con clausola di garanzia pro-soluto (per la quale lo stesso cedente non risponde più della solvibilità) al veicolo SPV che emetterà i titoli ABS, appunto asset backed securities.  Il collocamento dei titoli sul mercato genera la liquidità necessaria a finanziare l’acquisto dei crediti.

Il pay-off degli ABS può avere la peculiarità di essere legato al rientro dei crediti ceduti, cui è subordinato il pagamento delle cedole ed il rimborso del capitale. In questo caso i titoli ABS vengono definiti pay-through securities.

Una notazione importante è quella relativa alla clausola pro-soluto con cui vengono ceduti i crediti oltre all’esistenza di meccanismi legali che rendono gli stessi non attaccabili da soggetti diversi rispetto agli investitori che hanno acquisito gli ABS. Per questa ragione, i detentori dei titoli obbligazionari hanno la possibilità di rivalersi solo sui crediti sottostanti.

Dal punto di vista della remunerazione, invece, si possono trovare profili di rendimento piuttosto soddisfacenti, ma è sempre necessario tenere conto complessivamente del profilo rischio-rendimento che caratterizza l’operazione e di tutti i rischi legati ai titoli obbligazionari.

Da un punto di vista normativo, la disciplina delle operazioni di cartolarizzazione, è contenuta in Italia nella Legge 130 del 1999 e successive modifiche.

 

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Shadow banking ed Intermediari Finanziari: la genesi della riforma

Con l’espressione shadow banking system (sistema bancario ombra), si fa riferimento ad “una forma di intermediazione basata su una varietà di veicoli di investimento con elevata leva finanziaria, di conduits e di altre strutture al di fuori del sistema bancario” (lo shadow banking e la regolamentazione italiana.  Intervento di Carmelo Barbagallo, Capo del Dipartimento Vigilanza Bancaria e Finanziaria Banca d’Italia. Milano, 5 Marzo 2015, Università Cattolica.)

Il contributo è online su Il Sole 24 Ore – Diritto 24, dal 2 settembre 2015

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Fonte: la rete

Intermediari Finanziari ex art. 106: attività esercitabili e partecipanti al capitale

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In queste righe si tenterà di fornire un utile punto di vista in ordine a due tematiche che si ritengono di fondamentale importanza per gli attuali intermediari finanziari ex art. 106, al fine di valutare al meglio la possibilità di presentare l’istanza di autorizzazione all’autorità di vigilanza e, conseguentemente, di proseguire la propria attività come soggetto vigilato.

Relativamente agli assetti organizzativi, a cui si è dato spazio spesso in questi anni, non si procederà ad alcuna menzione in questo documento. Ci si limiterà, pertanto, a sintetizzare la ridefinizione delle attività riservate, l’esercizio delle quali fa scattare l’obbligo di iscriversi all’albo unico e gli aspetti relativi agli assetti proprietari.

Punto di partenza della riforma è il decreto legislativo del 13 agosto 2010 n.141, che ha rivisitato la normativa che disciplina l’erogazione del credito da parte degli intermediari finanziari.

Il riferimento è, in questa breve nota, al Titolo V del Tub – Soggetti operanti nel settore finanziario (artt. 106-114) – come novellato dal citato decreto e dai suoi successivi correttivi.

Secondo la nuova formulazione, l’articolo l’art. 106 del Tub, al primo comma recita che “L’esercizio nei confronti del pubblico dell’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma è riservato agli intermediari finanziari autorizzati, iscritti in un apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia”.

Definire cosa si intenda per “attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma” e quando ne ricorra l’esercizio “nei confronti del pubblico”, è demandato al Mef, dal comma 3 dello stesso articolo 106, il quale ha emanato un decreto, sentita la Banca d’Italia.

La nuova disciplina, in sintesi, si compone del riformato Titolo V, del decreto Mef n.53 del 2 aprile 2015 ed in ultimo della corposa circolare emanata dalla Banca d’Italia, n° 288 del 3 aprile 2015. È evidente da un confronto con la previgente formulazione dell’art. 106 come nella ridefinizione della riserva di legge vengano escluse le attività di assunzione di 1/7 partecipazioni e di intermediazione in cambi. A seguito di questo, agli intermediari autorizzati sarà concesso di svolgere l’attività finanziaria propriamente definita all’art. 2 deldecreto Mef n.53 nonché quella di servicing.

Ciò significa che i soggetti attualmente iscritti all’Elenco Generale dovranno presentare la propria istanza autorizzativa nel caso in cui intendano esercitare una delle due attività.

Si aprono quindi due scenari, il primo dei quali conduce all’istanza autorizzativa finalizzata ad ottenere l’iscrizione nel nuovo albo unico ed il secondo, al contrario, alla possibilità di esercitare quelle attività che non si configurano come “attività finanziaria”.

A questo proposito l’art. 2 del decreto Mef, al secondo comma, esplicita le attività che non costituiscono concessione di finanziamenti, tra cui l’acquisto di crediti IVA (nei casi previsti dalla legge) e l’acquisto a titolo definitivo e con finalità di recupero (da parte di società di recupero crediti all’uopo autorizzate dalle leggi di pubblica sicurezza) di sofferenze da banche e da intermediari finanziari vigilati e di crediti verso soggetti che versano in stato di insolvenza o in situazione equiparabile.

Da una lettura congiunta di quanto sopra e della circolare della Banca d’Italia n.288, si evince come sia ampliato, nel complesso, il perimetro delle attività esercitabili e dai soggetti che andranno a comporre il nuovo albo unico e da quelli che, in virtù del circoscritto perimetro della riserva di legge potranno, esercitare le attività escluse.

A completamento del quadro, il successivo art. 3 del decreto ministeriale qualifica quando si configuri l’esercizio “nei confronti del pubblico” dell’attività finanziaria. La discriminante è rappresentata dal fatto che questa sia “svolta nei confronti di terzi con carattere di professionalità”.

I nuovi intermediari finanziari ex art. 106 potranno prestare anche attività di servizi di pagamento, emettere moneta elettronica, prestare servizi di investimento, esercitare altre attività qualificabili come connesse e strumentali nonché “altre attività previste da norme di legge”. Subordinate ad autorizzazione l’esercizio dei servizi di pagamento (art. 114-novies, comma 4, Tub), l’emissione di moneta elettronica (art. 114-quinquies, comma 4, Tub), la prestazione di servizi di investimento (dell’art. 18, comma 3, Tuf).

In riferimento, invece, alle “altre attività previste”, in linea con le prassi di mercato consolidatesi negli anni per questa categoria di operatori finanziari, spesso dediti anche ad una intensa attività di distribuzione di prodotti (su mandato di altri intermediari e di banche), è ancora consentita quella, appunto, distributiva. Condizione sine qua non per l’esercizio dell’attività di “promozione e conclusione di contratti relativi alla concessione di finanziamenti”, l’essere autorizzati all’esercizio, per così dire “in proprio” dell’attività di concessione di finanziamenti e/o di servicing.

La circolare n.288 sembra chiara nell’esplicitare quali siano le due attività che qualificano gli intermediari finanziari come tali, e che pertanto, nell’uno o nell’altro caso, sono sottoposti alla medesima procedura autorizzativa.

Esaminare l’intera normativa in un unico documento è poco agevole e proficuo, stante la corposità delle disposizioni ma anche dal momento che già la stessa autorità di vigilanza ha provveduto a delineare i tratti salienti dei contenuti della circolare.

Soffermarsi su finalità, criteri ispiratori e tecnica normativa, può invece, rapidamente ed efficacemente esprimere la direzione da seguire, colta la quale, i soggetti interessati dovranno senza indugio pianificare le attività di adeguamento.

È di fondamentale importanza, quindi, soprattutto per gli intermediari di ridottissime dimensioni, cercare di cogliere appieno lo spirito della normativa che, costituita con la tecnica del rimando alla disciplina bancaria (pur con taluni adattamenti), introduce per gli intermediari finanziari un regime di vigilanza “equivalente” proprio a quella bancaria.

Ricorrente è all’interno delle disposizioni il richiamo ai principi di sana e prudente gestione ed alla solidità economico-patrimoniale dei soggetti che partecipano al capitale dell’autorizzando intermediario finanziario. Il concetto ritorna continuamente e rappresenta il filo conduttore dell’intera circolare.

Non sfugga l’attenzione prestata dall’autorità di vigilanza alla verifica non solo dei livelli di indebitamento del soggetto che partecipa al capitale dell’intermediario, ma anche dell’origine delle fonti finanziarie, che devono essere perfettamente mappate a fini di prevenzione di eventuali attività illecite, tentativi di riciclaggio, ed in ottica di contrasto al finanziamento del terrorismo.

Pertanto, compresa la tipologia di attività oggetto della riserva di legge, management e compagini societarie degli attuali iscritti all’Elenco Generale potranno valutare in quale business continuare ad investire ed eventualmente agire sull’oggetto sociale delle proprie società per eliminarne le attività riservate.

È chiaro, dunque, di come il passo successivo debba essere assolutamente rappresentato dall’analisi di due aspetti di fondamentale importanza, uno dei quali, almeno in queste prime fasi di dibattito, pare essere passato un po’ più inosservato, a vantaggio di un focalizzare l’attenzione maggiormente sugli aspetti organizzativi dell’intermediario (sistema dei controlli di II e III livello, figure professionali, sistemi informativo-contabili, mappatura dei processi interni e dei flussi di comunicazione, ecc…), che certamente hanno generato una certa preoccupazione, per tutto il periodo di gestazione della riforma, in virtù degli impatti in termini di crescita dei costi che certamente generano.

Verosimilmente è altrettanto importante l’assetto proprietario che Banca d’Italia ritiene che ciascun intermediario debba avere, al fine di poter conseguire l’autorizzazione all’iscrizione al nuovo albo unico, garantendo, al contempo, la sana e prudente gestione dell’intermediario medesimo e perseguendo ottimali livelli di solidità a livello di singolo operatore e, di fatto, di intero sistema.

Prova ne è l’insieme delle condizioni che il potenziale acquirente deve soddisfare nonché le informazioni che in fase di autorizzazione deve fornire alla Banca d’Italia. Essa stabilisce, nella circolare n.288, quali siano i criteri per la valutazione dell’istanza di autorizzazione.

Il corpus informativo sulla compagine societaria dell’intermediario finanziario o della capogruppo attiene, in estrema semplificazione, all’ammontare della partecipazione da acquisire che deve essere equilibrata “in rapporto al reddito e al patrimonio” o “in rapporto ai ricavi ed al patrimonio netto”[14], alla disclosure dell’indebitamento che sottende l’operazione di acquisizione (con analitico riferimento ai contratti di finanziamento stipulati, alle eventuali garanzie a supporto del debito, alla provenienza delle fonti ed alla mappatura delle stesse), alla situazione economico-patrimoniale dell’attività d’impresa svolta dal soggetto che sta effettuando l’operazione nonché ai bilanci ed alla documentazione amministrativa relativa all’ultimo triennio di attività della partecipante.

Le informazioni da fornire interessano altresì la capacità e volontà di sostenere lo sviluppo del business dell’intermediario e di supportarlo finanziariamente in caso di difficoltà oltre tutta una serie di indicazioni sui rapporti e legami all’interno del gruppo (ma anche tra soggetti non appartenenti allo stesso ma con i quali si intrattengono relazioni) che potrebbero generare conflitti di interesse.

La conoscenza di quest’ultima tipologia di informazioni è finalizzata a prevenire situazioni che possano essere, in qualche maniera, d’impedimento ad una conduzione sana dell’attività (dell’intermediario e della capogruppo) nonché di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza.

Come già fatto rilevare da alcuni operatori del settore, rispetto allo scenario che caratterizzava il mercato degli intermediari finanziari iscritti all’Elenco Generale anteriforma, la disciplina relativa all’acquisizione di partecipazioni muta radicalmente.

Di assoluto rilievo è, dunque, la modifica intervenuta a disciplinare i requisiti dei partecipanti al capitale di un intermediario finanziario.

Tenuto conto di quanto già scritto riguardo la solidità dell’acquirente, è necessario ultimare il quadro facendo riferimento ai requisiti di onorabilità, correttezza e competenza professionale, l’accertamento dei quali interessa non solo il partecipante persona fisica ma anche coloro i quali rivestono funzioni di amministrazione e direzione all’interno della struttura del partecipante, qualora quest’ultimo sia una società. I medesimi requisiti devono essere, in caso di partecipazione indiretta, “comprovati dal soggetto posto al vertice della catena partecipativa e da quello che partecipa direttamente al capitale”.

Alla luce di quanto sopra, potrebbe essere necessario avviare quanto prima un processo di analisi interno non solo all’intermediario che si partecipa ma anche di verifica del rispetto della normativa in ordine ai requisiti dei partecipanti onde avviare, eventualmente, le opportune correzioni.

 

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Fonte: la rete

La nuova disciplina degli Intermediari Finanziari ex art. 106 Tub

Decreto MEF 53/2015, D.LGS.141/2010, Circ. Bankit 288/2015, ridisegnano i confini di attività, operatività, organizzazione degli intermediari finanziari ex art. 106. La disciplina elimina in maniera definitiva il doppio regime ex artt. 106 e 107, dando vida ad un nuovo sistema di vigilana equivalente e di unico albo.
La riserva di attività, come ridefinita, lascia tuttavia aperto lo spazio all’esercizio di alcune attività, nell’acquisto e gestione di crediti afferenti a particolari casistiche. Detta attività può essere esercitata stante l’autorizzazione come società di recupero crediti (Leggi di Pubblica Sicurezza).

 

 

Il contributo è online su Il Sole 24 Ore – Diritto 24, dal 20 maggio 2015

 

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Fonte: la rete

Il nuovo Art. 106 Tub: l’Intermediario Finanziario Vigilato

Il Decreto Legislativo del 13 Agosto 2010 n.° 141, rivisita profondamente la normativa relativa agli Intermediari Finanziari
cosiddetti “non bancari”, con la finalità di ridefinire la vigilanza di settore.
L’obiettivo è stato perseguito a partire da un’azione di rintracciamento delle attività sottoposte a riserva, ma anche attraverso un’azione innovativa profondamente insistente sui requisiti necessari per l’iscrizione al nuovo Albo degli Intermediari Finanziari. Gli effetti si manifestano anzitutto sulla struttura organizzativa, nella sua “dimensionecompliant” e nell’innalzamento dei necessari requisiti patrimoniali. I nuovi confini della riserva di attività, disegnati dal decreto, tracciano un perimetro all’interno del quale si colloca l’“esercizio nei confronti del pubblico dell’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma” e fuori dal quale restano attualmente attività quali l’assunzione di partecipazioni e l’intermediazione in cambi.
L’articolo è on line su Diritto Bancario dal Febbraio 2013.
 

Il “Presidio” Antiriciclaggio negli Intermediari Finanziari ex art. 106

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1. Premessa

La disciplina dei soggetti operanti nel settore finanziario negli ultimi anni è stata oggetto di diverse rivisitazioni, che hanno portato ad un marcato mutamento dello scenario prospettico di mercato: Holding, Intermediari Finanziari, Confidi, Agenti in attività Finanziaria, Mediatori Creditizi, sono tutti soggetti coinvolti a vario titolo in questo processo.
A partire dal D.Lgs. 11/2010 (in vigore dal 1 marzo 2010), di recepimento della Direttiva 2007/64/CE (c.d. PSD), la tipologia di intermediario finanziario (nota 1)  cui si farà riferimento nel prosieguo è stata ridisegnata.
L’art. 33 della Lg. 88/2009 (c.d. Legge Comunitaria 2008), ha dato delega al Governo di attuare di la Direttiva 2008/48/CE, in cui erano contenute una serie di modifiche aventi ad oggetto la disciplina dei contratti di credito ai consumatori nonché modifiche ed integrazioni a quella relativa ai soggetti operanti, per l’appunto, nel settore finanziario.
È, dunque, con la successiva entrata in vigore del D.Lgs. 141/2010, così come modificato dai successivi interventi  legislativi (nota 2), che la disciplina riguardante i soggetti operanti nel settore finanziario, contenuta all’interno del Titolo V (nota 3) del Testo Unico Bancario (D. Lgs. 385/1993) è stata profondamente modificata.
Il decreto in questione ha ridisegnato interamente i confini operativi e disciplinari degli intermediari finanziari (nota 4)  producendo il rilevante effetto di porre fine alla sussistente distinzione tra soggetti iscritti all’Elenco Generale (ex Art. 106) ed all’Elenco Speciale (ex Art. 107). Entrambi gli elenchi saranno sostituiti da un Albo (unico) degli Intermediari Finanziari che esercitano nei confronti del pubblico attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma e la cui tenuta è affidata alla Banca d’Italia (nota 5).
Questa formulazione del Titolo V prevede, per la “nuova” tipologia di intermediario finanziario di cui all’Art. 106 (nota 6), una tendenza all’assimilazione degli standard di organizzazione, gestione e controllo a quelli già previsti per i soggetti vigilati.
La Banca d’Italia emanerà “[…] disposizioni di carattere generale aventi a oggetto l’adeguatezza patrimoniale, il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni, l’organizzazione amministrativa e contabile e i controlli interni, nonché l’informativa da rendere al pubblico sulle predette materie. […]” (nota 7) .
Si procede, in estrema sintesi (nota 8), nel tentativo di tratteggiare le differenze tra il precedente modello organizzativo di intermediario finanziario iscritto all’Elenco Generale ed il nuovo modello da adottare alla luce delle nuove norme, per poi focalizzare una maggiore attenzione sul “presidio” antiriciclaggio che dovrà caratterizzare necessariamente gli intermediari finanziari.
Obiettivo di queste pagine è quello di rendere un’idea immediata di come lo scenario generale sia mutato, nonché di tratteggiare in maniera piuttosto semplicistica uno schema esemplificativo dell’organizzazione da adottare per rispondere agli obblighi antiriciclaggio.

2. Il modello organizzativo negli intermediari finanziari ex. art. 106 ante D.Lgs. 141/2010

Il comma primo dell’art. 106 TUB nella sua formulazione (nota 9) ante D.Lgs. 141/2010, di fatto dava luogo ad una riserva di attività a favore dei soggetti iscritti nell’Elenco Generale consentendo “L’esercizio nei confronti del pubblico delle attività di assunzione di partecipazioni, di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, di prestazione di servizi di pagamento e di intermediazione in cambi” e riservandolo, per l’appunto,  “a intermediari finanziari iscritti in un apposito elenco tenuto dall’UIC”. Veniva poi dettata (art. 107) una disciplina speciale per intermediari che con riferimento “all’attività svolta, alla dimensione e al rapporto tra indebitamento e patrimonio” erano tenuti ad iscriversi ad un apposito elenco speciale tenuto dalla Banca d’Italia (nota 10).
L’esercizio dell’attività per gli intermediari ex Art. 106, essendoci una disciplina speciale per i soli soggetti iscritti all’elenco di cui all’Art. 107, poteva essere svolto avendo riguardo delle disposizioni di Banca d’Italia in materia di organizzazione e obblighi, nonché delle normative disciplinanti gli ambiti di cui sotto.
Il modello strutturale adottato, dunque, dagli Intermediari ex art. 106 si fonda sull’adozione di strutture decisamente “semplici” nella loro complessità organizzativa, in genere composte da un numero ridotto di risorse cui affidare i diversi compiti operativo – gestionali.
L’adeguatezza dell’organizzazione interna è improntata al rispetto di importanti, ma ridotti, obblighi che si possono riassumere essere rispondenti ai seguenti “pilastri normativi”:

  • Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari;
  • Privacy;
  • Antiusura;
  • Antiriciclaggio.

A quanto sopra si aggiungano gli obblighi comunicativi nei confronti dell’Agenzia delle Entrate in relazione alla comunicazione dei rapporti continuativi nonché quelli nei confronti della GDF (e della stessa Agenzia delle Entrate) in relazione alle indagini finanziarie.
L’organizzazione interna ed i presidi di controllo dei rischi associati all’operatività, risultano relativamente semplici e focalizzano l’attenzione sul corretto svolgimento delle prassi operativo – gestionali in risposta alle regole dettate dalle norme di cui sopra.
Le procedure adottate risultano piuttosto snelle e fondano la propria ragion d’essere su una mappatura minimale dei flussi che coinvolgono le diverse aree produttive.
Le dimensioni, nella maggior parte dei casi, sono contenute e nei mezzi patrimoniali che nei mezzi finanziari.
L’individuazione delle diverse aree funzionali non è sempre definita in maniera specifica con la puntuale identificazione di una particolare figura professionale, mentre medio risulta essere il grado di specializzazione delle risorse umane impiegate.
I “modelli” di trasmissione delle informazioni sono, anch’essi, spesso ridotti ed in molti casi limitati ad un flusso di comunicazione che si realizza attraverso e-mail.
Il sistema dei controlli interni risulta, pur nella sua semplicità, essere periodico e routinario e si pone quale obiettivo quello di verificare essenzialmente che l’Area Commerciale (nelle sue diverse forme e con le sue diverse emanazioni) rispetti le norme in materia di adeguata verifica della clientela, corretta informativa precontrattuale da fornire al cliente, acquisizione dell’autorizzazione al trattamento dei dati personali e che segua la prassi in tema di acquisizione delle informazioni e della documentazione necessaria all’Area Crediti.
Soggette a processo di esternalizzazione sono solitamente le funzioni contabili, legali, di verifica e monitoraggio del credito (quest’ultima strettamente connessa alla determinazione del rating dei clienti nella fase di istruttoria creditizia ed entrambe demandate in gran parte a società specializzate) ed in ultimo di eventuale recupero del credito.
Nel nuovo modello delineato dal D.Lgs 141/2010, particolare importanza viene attribuita, invece, ad alcune aree funzionali specifiche, come l’Area Crediti, ed a taluni presidi di controllo, tra cui quello relativo alla valutazione e gestione dei rischi di riciclaggio (nota 11).

3. Il nuovo modello organizzativo negli intermediari finanziari ex.art. 106

La nuova formulazione dell’art. 106 del TUB al primo comma prevede che “L’esercizio nei confronti del pubblico dell’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma è riservato agli intermediari finanziari autorizzati, iscritti in un apposito albo tenuto dalla Banca d’Italia” (nota 12).
L’attuale riserva di attività viene ridefinita nei suoi confini che risultano essere segnati dalla “concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma”, nonché dalle attività individuate nel successivo secondo comma (nota 13): servizi di pagamento, servizi di investimento, altre attività consentite dalla legge nonché attività connesse o strumentali.
La determinazione del contenuto dell’attività individuata dal primo comma dell’art. 106 è affidata al MEF sentita la Banca d’Italia.
Viene meno, nella nuova formulazione, il precedente doppio regime definito dal (vecchio) dettato combinato degli articoli 106 e 107: scompaiono i riferimenti “all’attività svolta, alla dimensione e al rapporto tra indebitamento e patrimonio” quali elementi fondanti dell’uno o dell’altro regime.
Le condizioni per l’autorizzazione, di carattere organizzativo e strutturale, sono ora contenute nel nuovo disposto dell’art. 107.
Alla Banca d’Italia sono demandate le disposizioni attuative riguardanti particolari requisiti (es. requisiti minimi di capitale). Unici riferimenti che pare tendano a rendere in qualche maniera “elastica” la nuova disciplina sono appunto, il rimando del primo comma (art. 107) lettera c), relativo al succitato requisito di capitale versato, per cui lo stesso “sia di ammontare non inferiore a quello determinato dalla Banca d’Italia anche in relazione al tipo di operatività (nota 14)” nonché il contenuto dell’ultimo comma dell’art. 108 (Vigilanza), per cui “Nell’esercizio dei poteri di cui al presente articolo la Banca d’Italia osserva criteri di proporzionalità, avuto riguardo alla complessità operativa, dimensionale e organizzativa degli intermediari, nonché alla natura specifica dell’attività svolta”.
L’effetto combinato della rimodulazione che ha interessato il Titolo V, non è per nulla puramente “cosmetico”. Infatti, elimina dal mercato i soggetti che operavano nella forma di intermediari finanziari ex art. 106, ma non limitandosi a farli rientrare nello schema regolamentare del previgente Elenco Speciale, bensì sottoponendoli unitamente a questi ultimi ad una disciplina che oltre a risultare piuttosto innovativa ha senza dubbio la propria matrice ispiratrice in quella di tipo bancario.
Ne consegue che la struttura organizzativa non avrà più la semplicità che ha caratterizzato il precedente intermediario finanziario ex art. 106 dovendo la stessa essere riarticolata attorno a previsioni di adeguatezza patrimoniale, contenimento del rischio, organizzazione amministrativo-contabile, sistema dei controlli interni.
Imprescindibili, risultano dunque, ai fini dell’adeguatezza organizzativa:

  • Efficiente ed efficace sistema di controlli interni (nota 15);
  • Sistema informativo adeguato a supportare il management nell’assunzione delle decisioni;
  • Individuazione specifica delle funzioni ed aree aziendali con specifico riferimento all’area crediti (Istruttoria, concessione, monitoraggio);
  • Mappatura esatta dei flussi interaziendali e regolamentazione delle procedure sottostanti;
  • Formazione specifica a supporto dei nuovi obblighi amministrativi, con particolare riferimento alla gestione dei flussi informativi verso la Centrale Rischi;
  • Obbligo di redazione del bilancio secondo i principi contabili IAS;
  • Sistema informatico adeguato all’attività di erogazione ed al conseguente adempimento degli obblighi di segnalazione.
  • Presenza di figure professionali specifiche ed adeguatamente individuate in talune funzioni aziendali con specifico riferimento alla normativa antiriciclaggio.

Si capisce bene, come il modello tracciato sia assolutamente evolutivo rispetto ai precedenti caratterizzanti il doppio regime e come di imprescindibile importanza ai fini di una corretta gestione interna sia la presenza (in qualsiasi forma) di una funzione (o alternativamente di una figura) di Risk Management.

4. Il provvedimento della Banca d’Italia del 10 Marzo 2011

4.1 Il contesto normativo: definizioni e fonti

L’art. 1 comma 2 della Direttiva 2005/60/CE (nota 16) individua le azioni che “se commesse intenzionalmente, costituiscono riciclaggio”. Il D.Lgs 231/2007 riprende detta formulazione ed all’art. 2 comma 1, lettere a) – d), nella definizione delle azioni che configurano “riciclaggio”, non modellandosi in pieno sul dettato degli artt. 648 bis (nota 17) e 648 ter (nota 18) del codice penale realizza un duplice obiettivo:

  1. amplia la fattispecie prevista dal codice penale, presupponendone l’allargamento all’autoriciclaggio (nota 19);
  2. individua un elenco puntuale di condotte che configurano riciclaggio.

Il comma quarto del medesimo articolo recita, invece, quanto segue: “Ai fini del presente decreto per finanziamento del terrorismo vale la definizione di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 22 giugno 2007, n. 109.” Il quale, a propria volta, dispone che per “«finanziamento del terrorismo» si intende: «qualsiasi attività diretta, con qualsiasi mezzo, alla raccolta, alla provvista, all’intermediazione, al deposito, alla custodia o all’erogazione di fondi o di risorse economiche, in qualunque modo realizzati, destinati ad essere, in tutto o in parte, utilizzati al fine di compiere uno o più delitti con finalità di terrorismo o in ogni caso diretti a favorire il compimento di uno o più delitti con finalità di terrorismo previsti dal codice penale, e ciò indipendentemente dall’effettivo utilizzo dei fondi e delle risorse economiche per la commissione dei delitti anzidetti»”.

4.2 Il contenuto del provvedimento della Banca d’Italia del 10 Marzo 2011 ed il principio di proporzionalità

Il provvedimento emanato il 10 Marzo 2011, nel rispetto di quanto disposto dall’art. 7 comma 2 del D.Lgs 231/2007 (nota 20) , che ha quale obiettivo quello di prevenire l’utilizzo degli intermediari finanziari, e più in generale di tutti i soggetti che svolgono attività finanziaria, quale “veicolo” di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, contiene le disposizioni attuative in materia di:

  • organizzazione;
  • procedure;
  • controlli interni;

e nel fine ultimo di garantire stabilità ed integrità al sistema bancario e finanziario sollecita l’introduzione di “presidi volti a garantire la piena conoscenza del cliente, la tracciabilità delle transazioni finanziarie e l’individuazione delle operazioni sospette”.
La normativa è incardinata su un sistema di obblighi che si sviluppa attorno a:

  • adeguata verifica della clientela;
  • registrazione, archiviazione e conservazione dei rapporti e delle operazioni;
  • segnalazione delle operazioni sospette.

L’adeguata verifica della clientela si fonda sul cosiddetto “approccio basato sul rischio”, principio per il quale gli obblighi identificativi dei clienti risultano essere commisurati al rischio di riciclaggio a loro connesso. Il livello di rischio associato è desumibile dalla natura della controparte, dal tipo di richiesta, dall’area geografica.
In tal maniera, se da un lato si garantisce maggiore flessibilità nell’adozione dei presidi e delle procedure adibite all’assolvimento dell’obbligo posto, dall’altro si fa leva sulla responsabilizzazione dell’intermediario stesso che deve essere in grado di soddisfare adeguatamente l’obbligo imposto pur in una certa autonomia che gli viene riconosciuta.
L’obbligo di registrazione (nota 21), archiviazione e conservazione dei rapporti e delle operazioni, invece, sottende la finalità di consentire, in caso di attività di indagine dell’UIF o di altre autorità, la ricerca e l’utilizzo dei dati (correttamente tenuti dagli intermediari finanziari) in caso di indagini su riciclaggio e finanziamento del terrorismo.
In ultimo, ma rappresentando comunque il fulcro della legislazione antiriciclaggio, l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette assolve la funzione di attivare una serie di “processi ispettivi” a partire dal soggetto che prima di ogni altro si potrebbe presumere correttamente essere legato alla dimensione reale e contingente del tentativo di porre in essere operazioni di riciclaggio e/o finanziamento del terrorismo. I soggetti destinatari delle disposizioni antiriciclaggio sono tenuti ad effettuare la segnalazione in presenza di “motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo (nota 22)”.
Come accennato in precedenza, l’impianto normativo nel suo complesso e le disposizioni contenute in questo provvedimento non devono essere lette in chiave impositiva di adozione di presidi realizzati attraverso strutture necessariamente complesse o tendenzialmente più complesse di quelle eventualmente già adottate, bensì come necessità di perseguire adeguatamente il fine che si pongono, cioè quello di assicurare la presenza di opportuni controlli e procedure di contrasto al finanziamento del terrorismo ed ai tentativi di riciclaggio, in funzione di un principio di proporzionalità (nota 23) coerente con la forma giuridica, le dimensioni, l’articolazione organizzativa, le caratteristiche e la complessità dell’attività svolta.

4.3 I destinatari del Provvedimento della Banca d’Italia del 10 Marzo 2011

Risultano essere destinatari delle disposizioni ivi contenute i soggetti seguenti:
a) banche; b) istituti di moneta elettronica; c) istituti di pagamento; d) società di intermediazione mobiliare (SIM); e) società di gestione del risparmio (SGR); f) società di investimento a capitale variabile (SICAV); g) succursali insediate in Italia dei soggetti indicati alle lettere precedenti aventi sede legale in uno Stato estero; h) intermediari finanziari iscritti nell’elenco previsto dall’articolo 106 del TUB; i) le società fiduciarie di cui all’art. 199 del TUF; j) Poste italiane S.p.A.; k) Cassa depositi e prestiti S.p.A l) agenti di cambio; m) soggetti disciplinati dagli articoli 111 e 112 del TUB; n) mediatori creditizi iscritti nell’elenco previsto dall’articolo 128-sexies del TUB; o) agenti in attività finanziaria iscritti nell’elenco previsto dall’articolo 128- quater, comma 2, del TUB e gli agenti indicati nell’articolo 128- quater, comma 7, del medesimo TUB.

4.4 I requisiti richiesti ai destinatari delle disposizioni

I soggetti destinatari delle disposizioni, pur in funzione del principio di proporzionalità, devono, ad ogni modo rispettare l’osservanza di alcuni requisiti minimali, individuabili come segue:

  • funzione antiriciclaggio e relativo responsabile (è ammessa l’attribuzione della responsabilità ad un amministratore privo di deleghe operative);
  • unità di revisione interna (i cui compii possono alternativamente essere assegnati ad un amministratore privo di deleghe operative;
  • responsabilità per la segnalazione delle operazioni sospette (o attribuzione di delega ad hoc al responsabile antiriciclaggio).

I soggetti interessati dalle disposizioni dettate da questo provvedimento, inoltre, sono tenuti a rispettare i requisiti di indipendenza, autorevolezza e professionalità nella individuazione ed attribuzione della responsabilità della funzione antiriciclaggio ad una risorsa, che risulti essere non coinvolta in compiti operativi e che pertanto può essere identificata con un amministratore privo di deleghe operative, nel caso in cui tale figura sia contemplata nella struttura societaria.
Il fine che le norme antiriciclaggio si propongono di raggiungere non può essere perseguito efficacemente dai diversi soggetti prescindendo da una adeguata formazione e responsabilizzazione del personale dipendente e dei collaboratori esterni che risulta essere, dunque, un altro obbligo fondante dell’intero impianto normativo. Il tutto è da collocarsi all’interno di un contesto organizzativo (come in parte sintetizzato nel precedente paragrafo “3. Il nuovo modello organizzativo negli intermediari finanziari ex.art. 106” per gli intermediari finanziari ex Art. 106) in cui ruoli, compiti, funzioni e responsabilità oltre ad essere correttamente e puntualmente individuati devono  essere incardinati all’interno di procedure mappate, scritte, conosciute ai diversi livelli e rispondenti a necessari requisiti di funzionalità e coordinamento.
Il controllo del rischio di riciclaggio ed il relativo contenimento sono anche funzione di una determinata dotazione patrimoniale di cui il soggetto è tenuto a disporre: la vigilanza prudenziale sugli intermediari finanziari si lega a doppio filo con il sistema normativo antiriciclaggio.

4.5 L’assetto organizzativo dell’intermediario

L’intermediario sarà quindi tenuto ad organizzarsi strutturando al proprio interno un “presidio” antiriciclaggio volto a garantire che siano prevenuti e mitigati i rischi di essere coinvolti in tentativi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo.
Sarà necessaria, in una prima fase, l’effettuazione di un’attenta attività di analisi del contesto all’interno del quale l’intermediario opera (area geografica, tipologia di operatività, dimensione) volta alla predisposizione di regole, alla distribuzione di compiti e funzioni, all’attribuzione di ruoli e responsabilità.
La seconda fase deve necessariamente vedere l’intermediario attivarsi nella realizzazione di procedure e nella contestuale redazione di manualistica in grado di rappresentare una bussola per tutti gli organi aziendali coinvolti a vario titolo nel processo produttivo nonché per quelle figure non direttamente coinvolte in attività operative ma destinate a funzioni di controllo, di modo che ogni fase del lavoro risulti essere correttamente individuata e conseguentemente eseguita.
La predisposizione delle regole e l’individuazione delle procedure risultano essere attività necessarie ad osservare gli obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione, di archiviazione e conservazione dei rapporti e delle operazioni, di individuazione e segnalazione delle operazioni sospette. Le stesse non possono prescindere dal definire anche le modalità di monitoraggio costante del rapporto intermediario-cliente al fine di acquisire in maniera continuativa le informazioni economico-finanziarie del cliente stesso.
L’istituzione della funzione antiriciclaggio si rende indispensabile al fine di dare vita a quel processo/presidio di controllo necessario alla verifica di conformità delle procedure aziendali alle norme medesime.
Tale processo/presidio si sostanzia anche nella predisposizione di una serie accurata di funzioni di controllo tali per cui risulti sempre garantito il rispetto, da parte del personale dipendente e dei collaboratori esterni, delle procedure interne adottate e di tutti gli obblighi normativi. Le previsioni normative al riguardo sottolineano come il personale dipendente ed i collaboratori esterni debbano essere adeguatamente formati ed addestrati nel continuo ed in maniera sistematica in materia di obblighi derivanti dalla disciplina e connessi adempimenti: programmi ed azione formativa devono essere oggetto di una relazione annuale redatta dalla funzione antiriciclaggio e sottoposta all’Organo con funzione di Gestione, con funzione di Supervisione Strategica e con funzione di Controllo.
La disciplina antiriciclaggio richiama i tre “organi” (nota 24) di cui sopra, attribuendo a ciascuno di essi particolari compiti all’interno del sistema organizzativo complessivo ed attribuendogli specifica importanza.
In sintesi si cerca di mettere in risalto le interconnessioni tra gli organi societari cui sono attribuite le tre precedenti
L’Organo con funzione di Supervisione Strategica, individuato nel Cda:

  • verifica la corretta allocazione di compiti e responsabilità;
  • assicura che esista un corretto sistema di flussi informativi;
  • assicura la riservatezza dei soggetti che operano le segnalazioni di operazione sospetta;
  • esamina annualmente le relazioni del responsabile antiriciclaggio in materia di iniziative intraprese, disfunzioni accertate e programmi di formazione.

L’Organo con funzione di Gestione individuato nella figura dell’Ad o del Dg (qualora la figura sia contemplata nella struttura aziendale):

  • realizza ed aggiorna le procedure interne;
  • cura il sistema dei flussi informativi verso tutte le aree e gli organi aziendali;
  • approva i programmi formativi;
  • verifica l’attività svolta dai dipendenti.

L’Organo con funzione di Controllo individuato nel Collegio Sindacale:

  • vigila sull’osservanza della normativa, sulla completezza dei controlli, sull’adeguatezza delle procedure;
  • esprime parere sulla nomina del responsabile antiriciclaggio;
  • esprime parere sulla relazione annuale del responsabile antiriciclaggio.

Sono attribuiti, invece, alla funzione di Revisione Interna compiti di verifica nel continuo del grado di adeguatezza dell’assetto organizzativo aziendale in materia di antiriciclaggio. Alla Revisione Interna spetta il compito di farsi garante che il complesso sistema funzioni-procedure-controlli non solo sia conforme alle norme di riferimento ma sia anche perfettamente calzante rispetto al contesto operativo dell’intermediario finanziario ed ai prodotti finanziari dallo stesso offerti. In ultima istanza rappresenta l’organismo preposto alla verifica dell’effettivo grado di coinvolgimento di personale dipendente e collaboratori esterni nell’attuazione del cosiddetto obbligo di “collaborazione attiva”.
Il sistema dei controlli si configura dunque in tre livelli:

  • I livello: controlli di linea effettuati direttamente dal personale dipendente e/o dai collaboratori esterni;
  • II livello: controlli effettuati dalla funzione antiriciclaggio;
  • III livello: controlli effettuati dall’unità di revisione interna.

Il Provvedimento in questione, definisce poi, quale debba essere il rapporto tra l’Organismo di Vigilanza di cui al D.Lgs. 231/2001 e le disposizioni ivi contenute. Il D.Lgs. 231/2001 configura la responsabilità dell’impresa anche per gli illeciti amministrativi connessi al riciclaggio, al finanziamento del terrorismo, all’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.
A tale organismo spetta il compito di contribuire preventivamente alla definizione del modello organizzativo aziendale nonché quello di monitorare il rispetto delle procedure. Generalmente la scelta, a livello di sua composizione, ricade su una composizione mista (Revisione Interna + Professionista legale esterno).

4.6 La rete distributiva dell’intermediario: presidi

L’offerta fuori sede, tipica attività che caratterizza la distribuzione di prodotti finanziari per la maggior parte degli intermediari e che si esplicita attraverso reti composte da diverse figure professionali (agenti in attività finanziaria, promotori finanziari ed altre figure), determina la necessità di prevedere adeguate forme di prevenzione e controllo del rischio rispondenti a tale circostanza.
Spettano, pertanto, all’intermediario:

  • richiamare le regole di condotta all’interno degli accordi stipulati con i soggetti facenti parte della propria rete esterna;
  • fornire loro le procedure cui conformarsi nonché gli strumenti adatti;
  • organizzare e somministrare piani di formazione continui e sistematici;
  • monitorare la rete vendita e la trasmissione dei dati per la registrazione nel proprio Archivio Unico Informatico;
  • compiere verifiche periodiche presso le sedi dei collaboratori esterni;
  • supportare i collaboratori esterni in caso di adeguata verifica rafforzata.

5. Conclusioni

Spetta alla Banca d’Italia il potere sanzionatorio attraverso l’irrogazione di sanzioni amministrative pecuniarie ai soggetti che non rispettino le norme in materia di organizzazione interna e sistema di controlli (nota 25).

Bibliografia

  1. Circolare Banca d’Italia n. 263 del 27 dicembre 2006, “Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche”.
  2. Lotta al riciclaggio del denaro sporco: una breve panoramica dell’evoluzione legislativa, Franco Belli – Francesco Mazzini, in Studi e Note di Economia 1/98, Rivista Quadrimestrale della Banca MPS.
  3. M.Porzio, F.Belli, G.Losappio, M.Rispoli Farina, V.Santoro, Testo Unico Bancario, Commentario, Addenda di aggiornamento ai d.lgs. 141/2010 e 218/2010, Giuffrè Editore, Milano 2011.

Note al testo

  1. La tipologia di intermediario finanziario su cui si proverà a focalizzare l’attenzione è quello ex Art. 106 TUB.
  2. D.Lgs. 218/2010
  3. “La lett. d) del comma 1 dell’art. 33 dispone una rimodulazione della disciplina di cui al titolo V ed all’art. 155 del Tub […]” in M.Porzio, F.Belli, G.Losappio, M.Rispoli Farina, V.Santoro, Testo Unico Bancario, Commentario, Addenda di aggiornamento ai d.lgs. 141/2010 e 218/2010, Giuffrè Editore, Milano 2011.
  4. Alla nuova figura degli Istituti di Pagamento introdotta dal D.Lgs. 11/2010 si aggiunge quella delle società di Microcredito (Art. 111) introdotta dal D.Lgs. 141/2010. A queste due figure viene in tal maniera riconosciuta un’autonoma evidenza.
  5. Il precedente Elenco Generale era tenuto dal Ministro del Tesoro fino al 1999 e dall’UIC fino al 31/12/2007.
  6. Come modificato dal D.Lgs. 141/2010 e successive modifiche.
  7. Art. 108 c.1, TUB.
  8. Procedendo per tagli netti ed esulando dalla volontà di dettagliare le caratteristiche tecniche e strutturali del composito panorama individuato dalla categoria degli “intermediari operanti nel settore finanziario”, non essendo all’uopo dedicate queste pagine.
  9. Il D.Lgs. 385/93 ridisegna la disciplina dei cosiddetti intermediari finanziari residuali, di quegli intermediari cioè, la cui attività non era “regolamentata in senso stretto”, non essendoci in precedenza alcuna riserva di attività oltre quella individuabile nella “raccolta di risparmio tra il pubblico sotto ogni forma e l’esercizio del credito” che si riservava alle Banche, introducendo una specifica riserva di attività per gli intermediari finanziari di cui all’Art. 106. Detta disciplina degli intermediari finanziari (Titolo V) affonda le proprie radici nella legislazione antiriciclaggio, Lg. 197/1991.
  10. Ai sensi del comma primo dell’Art. 107 TUB “Il Ministro dell’economia e delle finanze, sentite la Banca d’Italia e la CONSOB, determina criteri oggettivi, riferibili all’attività svolta, alla dimensione e al rapporto tra indebitamento e patrimonio, in base ai quali sono individuati gli intermediari finanziari che si devono iscrivere in un elenco speciale tenuto dalla Banca d’Italia”.
  11. L’Art. 27 di detto decreto legislativo, introduce delle modifiche alla disciplina antiriciclaggio di cui al D.Lgs 231/2007.
  12. Vengono meno, tra le attività riservate nella precedente formulazione, l’assunzione di partecipazioni e l’intermediazione in cambi, quest’ultima oggetto di una nuova regolamentazione nel TUF.
  13. Art. 106 comma 2: “Oltre alle attività di cui al comma 1 gli intermediari finanziari possono prestare servizi di pagamento, a condizione che siano a ciò autorizzati ai sensi dell’articolo 114–novies, comma 4, e iscritti nel relativo albo nonché prestare servizi di investimento se autorizzati ai sensi dell’articolo 18, comma 3, del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58. Gli intermediari finanziari possono altresì esercitare le altre attività a loro eventualmente consentite dalla legge nonché attività connesse o strumentali, nel rispetto delle disposizioni dettate dalla Banca d’Italia”.
  14. Si attende che la Banca d’Italia completi il processo normativo attraverso l’emanazione delle disposizioni attuative.
  15. Talune funzioni di controllo risultano delegabili a soggetti terzi attraverso apposito contratto e formalizzazione delle aree di intervento. È il caso delle funzioni di Compliance e Risk Management.
  16. Cosiddetta terza Direttiva, le cui misure di esecuzione si ritrovano nella Direttiva 2006/70/CE ed alcune modifiche della quale sono contenute nella successiva 2008/20/CE. Segue le direttive 91/308/CEE e 2001/97/CE.
  17. Introdotto dalla Lg. 191/1978, più volte modificato e oggetto nella sua prima formulazione di numerose critiche, non prevedeva la fattispecie dell’autoriciclaggio.
  18. Introdotto dalla Lg. 55/1990 al fine di contrastare il controllo criminale dell’economia reale.
  19. Individuazione di una fattispecie che resta ancorata solo ai fini del contenuto del D.Lgs. 231/2007.
  20. “Nel rispetto delle finalità e nell’ambito dei poteri regolamentari previsti dai rispettivi ordinamenti di settore, le Autorità di vigilanza, d’intesa tra di loro, emanano disposizioni circa le modalità di adempimento degli obblighi di adeguata verifica del cliente, l’organizzazione, la registrazione, le procedure e i controlli interni volti a prevenire l’utilizzo degli intermediari e degli altri soggetti che svolgono attività finanziaria di cui all’articolo 11 e di quelli previsti dall’articolo 13, comma 1, lettera a), a fini di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Per i soggetti di cui all’articolo 13, comma 1, lettera a), contemporaneamente iscritti al registro dei revisori, tali disposizioni sono emanate dalla CONSOB. Per i soggetti di cui all’articolo 11, comma 2, lettera a), tali disposizioni sono emanate dalla Banca d’Italia”.
  21. Sono però esclusi, ancora una volta in virtù di un principio di flessibilità legato alla dimensione ed alla tipicità dell’operatività che caratterizza i destinatari delle disposizioni, dalla tenuta dell’AUI taluni soggetti come disposto dal “Provvedimento recante disposizioni attuative per la tenuta dell’Archivio Unico Informatico”, adottato dalla Banca d’Italia il 31.12.2009.
  22. Art. 41 comma 1, D.Lgs. 231/2007.
  23. Anche in virtù delle vigenti normative di settore che regolano gli assetti di governo, organizzazione e controllo per talune categorie di soggetti.
  24. Impropriamente “organi” poiché la disciplina non individua veri e propri organi da istituire all’interno dell’intermediario, preferendo piuttosto attribuire a diversi organi aziendali, già presenti, diverse funzioni ritenute indispensabili per una corretta organizzazione aziendale.
  25. Ai sensi dell’Art. 56 del D.Lgs 231/2007.
 
L’articolo è on line su Compliancenet.it dal 10 gennaio 2012.
 
Fonte: la rete

Rilascio di Garanzie Finanziarie: fare attenzione ai soggetti abilitati

“La  domanda di garanzie da parte di imprese, di privati e del settore pubblico è cresciuta in modo significativo negli ultimi anni a causa della crisi economica che aumenta il bisogno di protezione, ma anche delle numerose norme che ne richiedono la presentazione a tutela delle obbligazioni assunte nei confronti, in particolare, della Pubblica Amministrazione.

Il rilascio di garanzie è un’attività delicata e rischiosa allo stesso tempo. Pertanto, la legge prevede che chi la svolge debba essere sottoposto a particolari abilitazioni, collegate al possesso di strutture patrimoniali e organizzative idonee a far fronte agli impegni assunti.

Quando si richiede una garanzia occorre sempre verificare che il garante sia un soggetto abilitato, iscritto in pubblici registri; altrimenti, si corre il rischio di avere pagato i premi invano oppure si possono incontrare serie difficoltà nell’escussione. In questi casi, l’unica tutela che l’ordinamento dispone è il ricorso all’autorità giudiziaria, civile e penale. Per le finanziarie, in particolare,  non è previsto un sistema di garanzia analogo al Fondo Interbancario di tutela dei depositi, esistente per le banche.

Attenzione però: verificare che il garante sia iscritto a volte può non bastare. In casi specifici, per esempio a motivo della natura pubblica del beneficiario o del tipo di contratto che si vuole garantire, la legge restringe ulteriormente il numero dei soggetti abilitati.

Vista la complessità del quadro normativo si forniscono alcune indicazioni utili a guidare la scelta dell’intermediario più adatto al caso di interesse.”

L’emissione di garanzie finanziarie nei confronti del pubblico è consentita a:

  • compagnie di assicurazione (elenco consultabile sul sito www.ivass.it)
  • banche
  • società finanziarie iscritte nell’Elenco Speciale di cui all’art. 107 del Tub (nella versione antecedente alla modifica introdotta dal decreto legislativo n. 141 del 2010, nel seguito “vecchio Tub”)
  • società finanziarie iscritte nell’Elenco Generale di cui all’art. 106 del Tub (nella versione antecedente alla modifica introdotta dal decreto legislativo n. 141 del 2010, nel seguito “vecchio Tub”), qualora siano state specificatamente autorizzate a rilasciare garanzie, in via non prevalente (è necessario verificare tempo per tempo l’esistenza di detta autorizzazione)
  • confidi iscritti nell’Elenco Speciale di cui all’art. 107 del TUB , pure abilitati al rilascio di garanzie nei confronti del pubblico
  • ne sono esclusi i confidi iscritti alla sezione dell’Elenco Generale di cui all’art. 155 comma 4 Tub (nella versione antecedente alla modifica introdotta dal decreto legislativo n. 141 del 2010, nel seguito “vecchio Tub”) ai quali è concessa la sola attività di garanzia collettiva fidi, a favore di banche ed intermediari e per facilitare l’accesso al credito dei propri associati

Alla fine del periodo transitorio, a completa attuazione della nuova disciplina riguardante gli intermediari finanziari (D.MEF 53/2015 e Circolare Banca d’Italia 288/2015), l’elenco di cui sopra sarà modificato come segue:

  • compagnie di assicurazione (elenco consultabile sul sito www.ivass.it)
  • banche
  • società finanziarie iscritte nell’Elenco Speciale di cui all’art. 107 del Tub (nella versione antecedente alla modifica introdotta dal decreto legislativo n. 141 del 2010, nel seguito “vecchio Tub”)
  • società finanziarie iscritte nell’Elenco Generale di cui all’art. 106 del Tub (nella versione antecedente alla modifica introdotta dal decreto legislativo n. 141 del 2010, nel seguito “vecchio Tub”), qualora siano state specificatamente autorizzate a rilasciare garanzie, in via non prevalente (è necessario verificare tempo per tempo l’esistenza di detta autorizzazione)
  • società finanziarie iscritte nel nuovo Albo Unico ex art. 106 Tub
  • confidi iscritti nell’Elenco Speciale di cui all’art. 107 del TUB , pure abilitati al rilascio di garanzie nei confronti del pubblico
  • confidi iscritti nel nuovo Albo Unico ex art. 106 Tub
  • ne sono esclusi i confidi iscritti alla sezione dell’Elenco Generale di cui all’art. 155 comma 4 Tub (nella versione antecedente alla modifica introdotta dal decreto legislativo n. 141 del 2010, nel seguito “vecchio Tub”) ai quali è concessa la sola attività di garanzia collettiva fidi, a favore di banche ed intermediari e per facilitare l’accesso al credito dei propri associati
  • ne sono esclusi i confidi iscritti nell’Elenco di cui all’art. 112 Tub, ai quali è concessa la sola attività di garanzia collettiva fidi, a favore di banche ed intermediari e per facilitare l’accesso al credito dei propri associati

Finanziarie estere: non sono ammesse al mutuo riconoscimento in ambito comunitario e per poter operare legittimamente in Italia devono essere necessariamente iscritte in uno degli elenchi tenuti dalla Banca d’Italia (di cui sopra). In mancanza di iscrizione, le garanzie non possono essere emesse sul territorio dello Stato e l’attività delle finanziarie estere deve considerarsi abusiva.

Fonte: Banca d’Italia

Approfondimenti: https://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/avvisi-pub/garanzie-finanziarie/index.html